Manuela Cassotta

Biotecnologa, Medical writer

“Bias di pubblicazione: il problema che non se ne andrà.”

Questo è il titolo di uno studio del 1993 di Kay Dickersin, allora presso il Dipartimento di Epidemiologia e Medicina Preventiva della University of Maryland School of Medicine, e Yuan-I Min presso il Dipartimento di Epidemiologia della Johns Hopkins University. Nel loro studio, pubblicato negli Annals of the New York Academy of Sciences, i due autori definiscono il bias, o pregiudizio di pubblicazione come qualsiasi tendenza da parte di ricercatori o editori a non pubblicare i risultati di uno studio sulla base della direzione o della forza dei riscontri dello stesso. Più di 25 anni dopo, non solo il problema del bias di pubblicazione come era stato definito è ancora presente, ma ha assunto nuove forme.

Attualmente, il bias di pubblicazione è riconosciuto come la tendenza da parte delle riviste a pubblicare preferenzialmente gli studi con risultati positivi, rifiutando quelli con quelli risultati negativi.

Secondo il Catalogue of Bias, un database che definisce ed elenca esempi di più di 10 diversi tipi di bias nelle scienze della salute, il bias di pubblicazione si verifica quando la probabilità che unostudio venga pubblicato è influenzata dai risultati dello stesso. In una sua variante, il bias dipubblicazione favorisce la pubblicazione di articoli distorti da azioni che influiscono sui loro risultati o interpretazioni. Tali azioni potrebbero riguardare ad esempio la manipolazione delle figure, o la segnalazione selettiva dei risultati.

Un altro tipo di bias di pubblicazione si verifica quando la politica editoriale e/o i revisori tra pari di riviste specializzate richiedono che vengano forniti dati sugli animali per convalidare i risultati della ricerca generati utilizzando approcci basati sulla biologia umana, come gli organi umani su chip e altre tecnologie all’avanguardia. In un articolo pubblicato su Advanced Science, il dott.Donald Ingber, direttore fondatore del Wyss Institute for Biologically Inspired Engineering dell’Università di Harvard, critica il fatto di considerare i dati sugli animali il gold standard nella ricerca sulla salute umana. Ingber presenta prove che altre tecnologie, come gli organi su chip,possono offrire risultati migliori e rappresentare un’alternativa più efficiente, etica e diretta ai modelli animali.

La dottoressa Laura Gribaldo ne sa qualcosa. Con un background in microbiologia e virologia, la Dr.Gribaldo ha più di 30 anni di esperienza nel campo dei test per la valutazione della sicurezza di prodotti chimici e farmaceutici. È responsabile scientifico presso il Centro comune di ricerca della Commissione europea. Siamo stati lieti di poter discutere con lei di questo argomento (le risposte della Dr. Gribaldo sono state modificate per lunghezza e chiarezza).

Intervistatore: L’argomento di cui vorremmo parlare si concentra sulle decisioni prese dai redattori di riviste scientifiche e/o revisori tra pari sull’accettazione di un articolo per la pubblicazione in base al tipo di modello applicato, animale o non animale, usati per effettuare ricerche che avrebbero, presumibilmente, fatto avanzare la nostra conoscenza riguardo una condizione/malattia umana. In questo scenario, il bias di pubblicazione si verifica quando la decisione di accettare un articolo per la pubblicazione non si basa sull’efficacia del modello nel mimare la condizione umana, ma piuttosto sul mantenimento dello status quo secondo cui gli animali dovrebbero essere utilizzati come riferimento base, ovvero gold standard, per la modellazione delle malattie umane. Cosa ne pensa di questo tipo di bias di pubblicazione?

Dr. Gribaldo: Questo tipo di pregiudizio si basa su un approccio tradizionale e storico che a volte rappresenta una sorta di zona di comfort che gli scienziati non sono pronti a lasciare. Inoltre, una parte significativa delle riviste non ha ancora alcuna politica editoriale relativa all’uso degli animali e/o ha bisogno di rivedere e aggiornare la propria politica editoriale. Come suggerito da Hanno Wurbel in una lettera pubblicata su Nature, se riviste leader come Nature potessero essere pioniere di tale politica, ciò andrebbe a beneficio di editori, scienziati e pubblico, nonché a beneficio degli animali da esperimento .

Intervistatore: Avrebbe dei consigli su come impedire che si verifichino situazioni caratterizzate da questo tipo di bias di pubblicazione?

Dr. Gribaldo: Come ho detto sopra, un modo potrebbe essere quello di coinvolgere riviste ad alto impatto come Nature e altre per sviluppare una politica dedicata alla promozione di modelli non animali, o almeno avviare una discussione/forum/workshop con loro per capire ragioni e preoccupazioni.

Intervistatore: Negli ultimi anni sono stati pubblicati molti studi e revisioni che mostrano i sostanziali difetti dell’utilizzo di animali come modelli per le malattie umane e quanto sia basso il tasso di traslazione dei risultati ottenuti negli animali agli esseri umani. Tuttavia, una parte significativa della comunità scientifica sembra considerare ancora il modello murino come il suo punto di riferimento. Cosa pensa che si dovrebbe fare affinché che gli scienziati siano disposti a correre il rischio di utilizzare modelli diversi dagli animali? In che modo i ricercatori del mondo accademico dovrebbero essere incoraggiati ad allontanarsi dal modello murino e ad adottare modelli che non si basano sugli animali?

Dr. Gribaldo: Una serie di studi prodotti dall’EURL-ECVAM del JRC (Laboratorio di riferimento dell’Unione europea del Centro comune di ricerca per le alternative ai test animali) esamina

modelli e metodi non animali già in uso per la ricerca di base e applicata. L’idea di questa serie di studi è proprio quella di promuovere l’adozione di questi modelli da parte della comunità scientifica. Gli studi consistono in un sommario esecutivo, una relazione tecnica e una un database dei modelli raccolti. L’anno scorso sono stati pubblicati due studi e quest’anno completeremo gli studi in altre cinque aree biomediche. Stiamo inoltre promuovendo una campagna di disseminazione ad hoc per raggiungere il pubblico bersaglio, come società scientifiche, reti di università, enti per il benessere degli animali e politici.

Fonti:

https://biomed21.org/…/an-interview-with-laura-gribaldo…

biomedical-research/

https://www.nature.com/articles/s41578-021-00313-z

https://ec.europa.eu/…/knowledge…/life-science-research

LEAL PER L’ABOLIZIONE DELLA VIVISEZIONE

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