
La Giunta provinciale di Trento ha approvato un provvedimento che introduce l’uso dell’arco per il “controllo” dei cinghiali, con parere favorevole dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Il progetto, promosso dall’assessore alle foreste, caccia e pesca Roberto Failoni, amplia gli orari di prelievo, coinvolge cacciatori abilitati e introduce il cosiddetto “controllo mirato”, anche in aree a densità zero e in deroga ai periodi venatori.
La narrazione istituzionale presenta l’arco come un’alternativa “silenziosa” alle armi da fuoco, utile a ridurre il disturbo acustico durante la stagione riproduttiva. Ma questa scelta, priva di basi scientifiche, espone animali, ecosistemi e cittadini a rischi gravissimi. L’uso dell’arco provoca ferimenti non immediatamente letali: dissanguamento, perforazioni, morte lenta. Un animale colpito può fuggire per chilometri, nascondersi in luoghi impervi dove diventa impossibile recuperarlo, soffrire per ore e diventare imprevedibile e aggressivo. In quelle ore di agonia, la sua paura diventa un rischio anche per escursionisti e residenti, mentre il sangue disperso può favorire la diffusione della peste suina africana. È un paradosso sanitario, un fallimento etico.
La sperimentazione ignora completamente l’impatto ecologico: animali feriti che muoiono lentamente alterano le dinamiche trofiche, attirano predatori e necrofagi, generano accumulo di carcasse nei boschi e potenziali focolai patogeni. Non viene considerato neppure il rischio di bracconaggio, facilitato dall’uso di strumenti non rilevabili acusticamente. Non esiste alcuna evidenza scientifica che dimostri che l’arco sia efficace nel contenimento dei danni agricoli o della Psa. Si introduce un metodo che aumenta il rischio di ferimenti, agonie e dispersione di sangue infetto, aggravando proprio il problema che si vorrebbe risolvere.
La Giunta provinciale di Trento ha approvato una sperimentazione che amplia orari, deroghe e possibilità di prelievo, presentandola come una soluzione “silenziosa”. In realtà normalizza metodi sempre più estremi, ignora l’impatto ecologico e facilita il bracconaggio. In un Paese già attraversato dal ddl caccia, questo provvedimento diventa un precedente gravissimo: trasforma la fauna in bersaglio, non in patrimonio da tutelare.
LEAL denuncia con fermezza questa pratica barbara e annuncia azioni legali in tutte le sedi competenti.
“Non permetteremo – afferma Gian Marco Prampolini, presidente Leal – che la sofferenza di un animale ferito diventi routine amministrativa. Chiediamo la sospensione immediata della sperimentazione e l’apertura di un tavolo tecnico basato su misure non cruente: prevenzione agricola, recinzioni elettrificate, gestione dei rifiuti, monitoraggio scientifico, piani di sterilizzazione”.






