BLOCCATA LA CACCIA ALLA TORTORA SELVATICA IN PRE-APERTURA IN SICILIA

BLOCCATA LA CACCIA ALLA TORTORA SELVATICA IN PRE-APERTURA IN SICILIA

​FAUNA E BIODIVERSITÀ, APPLICAZIONE STORICA DELL’ART. 9 DELLA COSTITUZIONE AL CGARS

​Il Consiglio di Giustizia Amministrativa accoglie le ragioni di LEAL, Lega Antivivisezionista, e Pro Natura: il principio di precauzione e la tutela della biodiversità prevalgono sull’interesse venatorio. Stangata sulla Regione Siciliana per il Piano Faunistico scaduto da oltre sette anni.

Importante vittoria legale e di civiltà per la tutela della fauna selvatica e dell’ambiente in Sicilia. Con l’Ordinanza n. 296/2026 (pubblicata in data odierna), il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana (CGARS) ha confermato lo stop all’attività venatoria in pre-apertura per la Tortora selvatica (Streptopelia turtur), specie in grave stato di sofferenza conservativa, respingendo sul punto i ricorsi della Regione Siciliana e delle principali associazioni venatorie.
​La pronuncia – ottenuta a seguito dell’azione giudiziaria promossa da LEAL Lega Antivivisezionista ETS e Federazione Nazionale Pro Natura APS con il supporto di Cabs e Green Impact fissa un precedente di straordinario valore per tutto il movimento ecologista e di tutela animale.


​I PUNTI CHIAVE E L’IMPORTANZA DELLA PRONUNCIA PER LE ASSOCIAZIONE DI TUTELA ANIMALE
​1. La preminenza della biodiversità sull’interesse economico-sportivo
​Per la prima volta con tale incisività nei confronti dei calendari venatori regionali, il CGARS ribadisce che la tutela dell’Ambiente, della flora e della fauna costituisce un valore assoluto e un bene fondamentale. Richiamando espressamente la riforma dell’Articolo 9 della Costituzione e l’art. 191 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), i giudici d’appello hanno stabilito che le esigenze di conservazione della fauna prevalgono in modo netto sui contrapposti interessi economico-sportivi dei cacciatori.
​2. L’applicazione rigorosa del “Principio di Precauzione”
​L’Ordinanza sancisce che, di fronte al rischio anche solo potenziale di danno all’ecosistema o a specie a rischio, le Autorità pubbliche hanno il dovere di agire preventivamente. Nel bilanciamento tra il presunto “danno” lamentato dai cacciatori per la mancata attività venatoria e il rischio di estinzione o impoverimento delle specie volatili, il giudice amministrativo ha ritenuto prioritario e prevalente il bene della salute ambientale e della biodiversità.
​3. Censurato il “far west” programmatorio: no a calendari senza Piani aggiornati
​Il Giudice Amministrativo ha censurato severamente l’operato della Regione Siciliana, che ha emanato il Calendario Venatorio 2026-2027 basandosi su uno strumento di pianificazione (il Piano Faunistico-Venatorio) fermo al quinquennio 2013-2018. Un ritardo di oltre sette anni ritenuto del tutto incompatibile con le esigenze di monitoraggio scientifico della fauna migratoria e con i pareri scientifici dell’ISPRA.

​LE DICHIARAZIONI DELLE ASSOCIAZIONI E DEL LEGALE
“Questa ordinanza segna una svolta epocale per le battaglie legali a difesa degli animali. Il CGARS ha chiarito senza ombra di dubbio che la caccia non è un diritto intoccabile e che la vita degli animali e l’equilibrio degli ecosistemi sono protetti dalla Costituzione. Fermare la strage delle tortore selvatiche in pre-apertura era un atto dovuto di civiltà e rigore scientifico che la Regione voleva ignorare per accontentare le lobby delle doppiette.”
​Avv. Aurora Loprete, Maria Chiara Giovinazzo e Luca D’Agostino (Legalo di LEAL e Pro Natura):
“La decisione del Consiglio di Giustizia Amministrativa riporta al centro del diritto il principio di precauzione e l’Articolo 9 della nostra Costituzione. La Regione Siciliana non potrà più ignorare i pareri dell’ISPRA né continuare a governare il territorio con piani faunistici scaduti da quasi un decennio. È una vittoria della legalità ambientale che rafforza tutte le associazioni che ogni giorno combattono nei tribunali per la salvaguardia della fauna”

IL LUPO DI SKAGEN: UN PADRE CHE PROTEGGE, NON UN PREDATORE CHE ATTACCA

IL LUPO DI SKAGEN: UN PADRE CHE PROTEGGE, NON UN PREDATORE CHE ATTACCA

Il video girato nelle dune di Skagen, nel nord della Danimarca, ha scatenato un’ondata di commenti e interpretazioni. In molti hanno letto nelle immagini un comportamento aggressivo, ma la ricostruzione dei fatti e l’analisi degli esperti raccontano una storia completamente diversa: quella di un lupo anziano che difende l’unico cucciolo rimasto della sua famiglia. La storia di GW781m, è quella di un lupo solitario diventato padre. Il protagonista del video è GW781m, un maschio di circa undici anni che da tempo vive isolato nella punta settentrionale dello Jutland. L’anno scorso, una femmina lo ha raggiunto e la coppia ha avuto dei cuccioli: un evento raro e monitorato con attenzione dai biologi danesi. Negli ultimi mesi, ,però, la femmina e la maggior parte dei piccoli sono scomparsi. Non si sa se i cuccioli siano scomparsi a causa del bracconaggio, ma è un’ipotesi  credibile, secondo gli esperti che seguono la popolazione lupina. Il cucciolo presente nel video sarebbe l’unico sopravvissuto, e GW781m si sarebbe ritrovato solo a svolgere il ruolo di entrambi i genitori.

 

 

Cosa mostra davvero il video: postura, distanza, intenzione

 

Le immagini mostrano il lupo che corre verso un runner. A un primo sguardo può sembrare un attacco, ma la lettura attenta dei movimenti racconta altro. Prossemica: il lupo mantiene sempre una distanza di sicurezza, senza mai chiudere completamente lo spazio sull’uomo. Si posiziona tra il runner e il cucciolo, creando una barriera mobile per proteggerlo. Il cucciolo rimane dietro al maschio, in una zona più riparata della vegetazione. Sequenza motoria: l’avvicinamento è rapido ma controllato, privo dei segnali tipici di un attacco reale. Non c’è nessun tentativo di afferrare, mordere o colpire. Quando il runner devia la traiettoria, il lupo interrompe immediatamente l’azione e torna verso il piccolo. In altre parole: non c’è alcuna dinamica predatoria. Quello che si vede è un comportamento di intimidazione temporanea, una sorta di “spinta” simbolica per allontanare un potenziale pericolo dal cucciolo. Un lupo che vuole ferire un essere umano non si limita auna corsa di avvertimento: colpisce, e lo fa con efficacia. Qui non accade nulla di tutto ciò.

” E’ palese che l’azione del canide non è predatoria” spiega Cristiano Fant, responsabile fauna selvatica di Leal, che aggiunge: “Lo spostamento avanti e indietro del lupo, il movimento della coda, il ringhio con denti ben esposti, i movimenti del corpo non diretti, dimostrano chiaramente che si tratta di un intervento atto ad allontanare il pericolo e non con il fine di predare l’individuo. Altrimenti, l’attacco sarebbe stato diretto verso chi stava filmando”.

La posizione ufficiale del Ministero dell’Ambiente danese Il Ministero ha pubblicato un comunicato in cui afferma che: il lupo non ha tentato di attaccare il runner; il comportamento è stato classificato come difensivo e dissuasivo; non vi è alcun elemento che indichi un rischio predatorio; l’animale non verrà abbattuto. La valutazione è stata effettuata dopo la revisione del video e il confronto con esperti di comportamento animale. Un episodio che parla più degli umani che dei lupi Il caso di Skagen dimostra quanto sia facile fraintendere il comportamento di un animale selvatico quando lo si osserva fuori contesto.GW781m non è un lupo “pericoloso”: è un padre rimasto solo, probabilmente traumatizzato dalla perdita del branco, che reagisce come reagirebbe qualunque genitore animale davanti a un estraneo troppo vicino al proprio piccolo. La paura nasce spesso dalla lettura superficiale delle immagini. La conoscenza, invece, permette di distinguere tra predazione e protezione.

MARTIN, CAGNOLINA UCCISA IN SPIAGGIA, LEAL SPORGE DENUNCIA

MARTIN, CAGNOLINA UCCISA IN SPIAGGIA, LEAL SPORGE DENUNCIA


LEAL, Lega Antivivisezionista, sporge denuncia e chiede chiarezza sulla morte di Martin, una cagnolina Schnauzer nano, avvenuta il 7 agosto sulla spiaggia di un complesso condominiale a Pizzo, in provincia di Vibo Valentia. E’ necessario che gli inquirenti ricostruiscano con rigore una dinamica su cui, al momento, esistono due versioni opposte.
Martin, una cagnolina di circa otto chili, si trovava in spiaggia con la famiglia di turisti tedeschi cui apparteneva.

Secondo la ricostruzione del proprietario, affidata a una denuncia-esposto alle autorità e al proprio Consolato, un bambino stava correndo inseguito da un altro cane di piccola taglia quando Martin si è avvicinata alla scena. A quel punto un uomo avrebbe impugnato l’asta metallica di un ombrellone e colpito l’animale alla testa. Il proprietario riferisce inoltre di essere stato lui stesso aggredito e fatto cadere, e di aver avuto come esito un trauma cranico non commotivo accertato al pronto soccorso di Lamezia Terme.

L’uomo indicato come autore del gesto offre, tramite l’avvocato Elisabetta Solano, una ricostruzione diversa: sostiene che due cani senza guinzaglio inseguissero suo figlio di sei anni, che sarebbe stato morso, e di aver afferrato l’asta “per istinto”, con l’unico scopo di allontanare gli animali. Nega di aver aggredito il proprietario e afferma di aver chiamato lui stesso le forze dell’ordine, oltre ad aver accompagnato il bambino al pronto soccorso. Sulla morte dell’animale dice di averne saputo solo in un secondo momento e di essersi dispiaciuto.
Quale che sia la ricostruzione che reggerà alla verifica degli inquirenti, restano alcuni punti fermi. Un animale è morto per le lesioni riportate alla testa, dopo un tentativo di cura rivelatosi inutile e la conseguente eutanasia.

Il codice penale qualifica l’uccisione di un animale, quando non ricorra un’effettiva situazione di necessità, come reato ai sensi dell’articolo 544-bis: la pena, dopo la riforma del 2025, va da sei mesi a tre anni di reclusione più una multa da 5.000 a 30.000 euro, elevata da uno a quattro anni se il fatto è commesso con sevizie o prolungando volutamente le sofferenze dell’animale. Inoltre, qualora il maltrattamento e l’uccisione di animali avvenga alla presenza di minori, la pena è aumentata fino a un terzo. La giurisprudenza di legittimità è costante nel ritenere che la nozione di “necessità” richiamata dalla norma coincida con quella dello stato di necessità previsto dall’articolo 54 del codice penale, cioè un pericolo attuale e non altrimenti evitabile. la sussistenza o meno di questo presupposto, nel caso di Pizzo, sarà proprio il nodo che gli inquirenti dovranno sciogliere, valutando se vi fosse un pericolo reale per il bambino e se la reazione sia stata proporzionata.

Leal sta seguendo la vicenda attraverso il proprio ufficio legale e lancia  un appello a chiunque si trovasse sulla spiaggia quella mattina: testimonianze, fotografie o video possono essere messi a disposizione delle autorità anche in forma anonima.

“Chiediamo il sostegno di tutti i presenti  – dichiara Gian Marco Prampolini presidente Leal –   che siamo pronti ad accogliere anche in forma anonima, per raccogliere prove e testimonianze atte a stabilire l’esatta dinamica dei fatti.  La morte di un animale, comunque sia avvenuta, non può restare un fatto senza conseguenze. In tutto ciò i cittadini possono essere parte attiva nell’ottenere giustizia per Martin e per la sua famiglia”. Chiunque abbia informazioni può telefonare al numero o 02/29401323 o scrivere a  segreteria@leal.it

GIORNATA MONDIALE DEL LUPO: DIFENDIAMO CHI CUSTODISCE LA NATURA

GIORNATA MONDIALE DEL LUPO: DIFENDIAMO CHI CUSTODISCE LA NATURA

C’è un respiro antico che attraversa le montagne, un’ombra silenziosa che tiene in equilibrio ciò che noi, anche senza accorgercene, spezziamo. Il lupo è un abitante essenziale della terra: è la trama viva dei boschi, il ritmo segreto degli ecosistemi, la presenza che rende la natura intera più forte. È una specie ombrello, che protegge tutto ciò che vive sotto la sua influenza. È un bioregolatore, che mantiene in equilibrio cervi, cinghiali, caprioli, impedendo che la foresta venga divorata. È un alleato dell’uomo, perché dove il lupo vive, il territorio è più sano, più resiliente, più ricco di biodiversità. Il lupo è il custode silenzioso della natura.

E nella Giornata Mondiale del Lupo dovremmo ricordarlo insieme: difendere lui significa difendere noi.

Ma mentre celebriamo il suo valore, l’Italia lo espone a un pericolo senza precedenti. Proprio ora, mentre il mondo riconosce il ruolo ecologico del lupo, il nostro Paese ne indebolisce la protezione. Con l’approvazione al Senato della Legge di Delegazione Europea, il lupo perde lo status di specie rigorosamente protetta e diventa semplicemente protetta, in attuazione della Direttiva (UE) 2025/1237. Una scelta che smantella decenni di tutele garantite dalla Legge 157/92, la norma che ha salvato il lupo italiano dall’estinzione e che oggi rappresenta l’ultimo argine contro la caccia di selezione. Fino a ieri, abbattere un lupo richiedeva circostanze eccezionali, verifiche scientifiche e controlli rigorosi. Da oggi il Ministero dell’Ambiente non potrà più bloccare gli abbattimenti, le Regioni avranno autonomia decisionale e il parere dell’Ispra, pur obbligatorio, non sarà vincolante. Gli scienziati potranno dire no, ma chi decide potrà ignorarli. La gestione faunistica viene sottratta alla scienza e consegnata alla politica. I decreti collegati alla “Legge per la Montagna” fissano per il 2026 un tetto di 160 lupi abbattibili, pari al 5% della popolazione nazionale. Una popolazione già fragile: il bracconaggio uccide ogni anno circa il 10% degli esemplari, quasi la metà dei branchi è indebolita dall’ibridazione con cani vaganti e molte aree mostrano segnali di declino genetico. In questo contesto, autorizzare abbattimenti sistematici non è gestione: è uno sterminio programmato.

La scienza è unanime: uccidere i lupi aumenta i danni agli allevamenti. Eliminare individui da un branco non riduce gli attacchi al bestiame, li aumenta. Un branco destabilizzato produce giovani inesperti e individui isolati, più inclini ad avvicinarsi alle greggi. Un branco stabile, invece, preferisce prede selvatiche e mantiene l’equilibrio ecologico.

La proposta di riforma della normativa sulla caccia punta a sostituire la Legge 157/92, l’unica barriera che oggi impedisce la caccia di selezione al lupo. Senza quella tutela, una specie già devastata dal bracconaggio scivolerebbe verso l’estinzione. Il più colpito sarà il lupo appenninico (Canis lupus italicus), una sottospecie unica al mondo, frutto di un’evoluzione millenaria. Un tesoro genetico irripetibile. Perderlo significherebbe perdere un pezzo della nostra identità naturale. In questa Giornata Mondiale del Lupo dobbiamo difenderlo insieme. La Leal lotta in tutte le sedi nazionali e internazionali contro questo scempio, perché la tutela del lupo non è una battaglia ideologica: è una battaglia per la scienza, per la natura, per il futuro. Il lupo è il custode della natura. Difenderlo significa difendere noi stessi. E oggi, più che mai, dobbiamo farlo insieme.

Foto Antonio Iannibelli

LA LEGGE VIETA LA CACCIA PER DIECI ANNI NEI BOSCHI INCENDIATI

LA LEGGE VIETA LA CACCIA PER DIECI ANNI NEI BOSCHI INCENDIATI

Dalla rigorosa applicazione della Legge 353/2000 alla mobilitazione delle comunità locali: perché la custodia della biodiversità richiede l’impegno vigile di tutti i cittadini

Ogni estate e durante le stagioni più siccitose, il patrimonio boschivo e naturale italiano viene gravemente ferito da incendi devastanti. I recenti ed ennesimi episodi di roghi che hanno colpito vaste aree del nostro Paese, come le centinaia di ettari andate a fuoco recentemente in Piemonte, distruggendo centinaia di migliaia di alberi, rappresentano una ferita profonda per la biodiversità, l’equilibrio idrogeologico e la sicurezza della collettività. 
Per evitare speculazioni e tutelare la biodiversità la legge 353/2000 vieta la caccia e il pascolo “per dieci anni, limitatamente ai soprassuoli delle zone boscate percorsi dal fuoco”. Questa norma è di importanza capitale per tutelare la fauna che sopravvive alla devastazione del suo habitat a causa del fuoco. Per questo è particolarmente importante che tutti tengano gli occhi aperti e segnalino tempestivamente qualsiasi forma di caccia che vedano nei boschi colpiti dagli incendi. Tutti insieme abbiamo il dovere di proteggere i sopravvissuti già martoriati, tutti insieme possiamo essere gli occhi e i custodi di una legge che non può coprire il controllo di aree così vaste.

Anche il 2026 conferma una tendenza preoccupante per gli incendi boschivi in Italia.  In tutte queste aree la caccia è vietata per 10 anni dall’ultimo incendio propagato. 

Ecco le regioni e le province più note , dove prestare attenzione alla presenza di cacciatori in azione e fare immediata segnalazione alle forze dell’ordine.

Le 11 regioni più colpite da incendi  incendi boschivi nel 2026 (dati parziali):

Sicilia – la più colpita (≈510 km² bruciati)

Calabria – ≈78 km² bruciati; oltre 160 incendi in un solo giorno

Puglia – ≈48 km² bruciati

Campania – tra le regioni più colpite

Sardegna – incendi significativi (Gallura, Monti Russu)

Basilicata – tra le regioni più colpite

Piemonte – 355 ettari bruciati; incendi anche in aree alpine

Liguria – 386 ettari bruciati

Toscana – 623 ettari bruciati solo a maggio (Lucca); incendi diffusi

Lazio – tra le regioni più colpite

Parco Nazionale del Gran Paradiso (Piemonte/Valle d’Aosta) – incendi documentati (Alta Valle Soana)
(Valle d’Aosta non è citata come regione autonoma nei report generali, ma compare indirettamente tramite gli incendi nel parco.) A queste occorre aggiungere le regioni interessate nel 2025 da grandi incendi boschivi, che sono presenti in 17 regioni su 20. Le uniche regioni che non registrano grandi incendi boschivi risultano essere il Friuli-Venezia Giulia, le Marche e il Veneto.

Queste sono invece le province colpite da incendi boschivi, tra il 2024 e il 2025, dove la legge vieta la  caccia per 10 anni dall’incendio:

Cosenza, Enna, Caltanissetta
Salerno, Reggio di Calabria
Foggia, ,Agrigento, Catania
Napoli, Caserta
Sud Sardegna, Vibo Valentia
Latina, Nuoro, Potenza
Palermo, Sassari, Taranto
Frosinone, Catanzaro, Benevento
Matera, Cuneo, Bolzano
Ragusa, Trapani, Crotone
Avellino, Messina, Oristano
L’Aquila
Barletta‑Andria‑Trani
Lecce, Udine
Roma, Siracusa
Viterbo, Perugia

Mappa fonte ISPRA

I  dati di un disastro che si ripete ogni anno
Secondo i dati del Burnt Areas database di EFFIS, il sistema europeo di monitoraggio satellitare, tra il 1° gennaio e l’8 luglio 2026 sono già bruciati 12.590 ettari di superficie, il 26% in più della media registrata nello stesso periodo tra il 2006 e il 2025, con 112 incendi boschivi rilevati contro una media storica di 65. Il segnale più netto è arrivato dalla settimana del 6 maggio 2026, quando sono bruciati in un solo giorno 820 ettari in Italia: il valore più alto mai registrato per quella settimana dal 2006 a oggi, contro un massimo storico di 321 ettari. Cosenza ed Enna sono le provincie che hanno le zone più vaste interessate da incendi, pochi gli incendi ma nella media molto più distruttivi. Un incremento significativo anche nelle regioni della Basilicata, Calabria e Puglia.

In particolare Leal ha sporto denuncia contro ignoti in seguito ai gravissimi incendi che hanno interessato, in Calabria, vaste zone del Parco nazionale del Pollino, Squillace Lido, Acri, Cassano allo Ionio e Sant’Eufemia di Lamezia terme e nei quali sono stati utilizzate esche vive, gatti in particolare, per propagare le fiamme. Una pratica evidentemente dolosa e che aggrava di tanto il fenomeno: crudeltà verso gli animali e verso l’ambiente.

Il punto di riferimento, per capire l’entità e la gravità del fenomeno di quest’anno, resta il rapporto ISPRA sugli incendi boschivi 2025, l’ultimo anno censito integralmente: nel 2025 sono stati percorsi da incendio 965 km² di superficie in Italia, quasi il doppio rispetto al 2024, il quinto valore più alto dal 2006, superato solo dal 2007, dal 2017, dal 2021 e dal 2023. Sicilia, Calabria e Campania insieme rappresentano il 71% di tutta la superficie forestale bruciata in Italia nel 2025, con la Sicilia che guida la classifica per il quarto anno consecutivo, con oltre 500 km² di superficie complessiva percorsa dal fuoco; oltre il 30% della superficie totale bruciata, e il 38% di quella forestale, ricade dentro parchi e riserve naturali. Si conferma comunque il Mezzogiorno e le isole maggiori come le aree più colpite dagli incendi. Anche se vediamo regioni come Lazio e Abruzzo e il nord, colpiti dalla furia del fuoco, il fenomeno è contenuto, considerando l’entità degli incendi nelle regioni del sud e delle isole. Ma dietro l’anticipo climatico della stagione, c’è un fattore che il satellite non vede: le cause principali sono antropiche, e il clima agevola solamente la propagazione dell’incendio. Il report ISPRA stima che in Italia le cause naturali, fulmini, autocombustione, valgano circa l’1% degli incendi, contro il 4% della media europea; tutto il resto ha origine antropica, tra comportamenti colposi e roghi dolosi.

Il quadro normativo: la Legge 353/2000

Oltre all’emergenza immediata dello spegnimento, si apre tuttavia una fase decisiva e spesso trascurata: la protezione del territorio ferito nei tempi successivi al disastro.
Per evitare che gli incendi possano diventare strumento di speculazione o di alterazione dell’uso del suolo, il legislatore italiano ha introdotto uno strumento fondamentale: la Legge 21 novembre 2000, n. 353 (“Legge-quadro in materia di incendi boschivi”), dove si specifica un perimetro ad ampio spettro per la definizione di incendio boschivo, intendendo con esso qualsiasi “fuoco con suscettività a espandersi su aree boscate, cespugliate o arborate, comprese eventuali strutture e infrastrutture antropizzate poste all’interno delle predette aree, oppure su terreni coltivati o incolti e pascoli limitrofi a dette aree”.
L’obiettivo di tale norma è duplice: da un lato, rimuovere qualsiasi potenziale incentivo di natura venatoria o agro-pastorale al verificarsi dell’incendio; dall’altro garantire un decennio di assoluta tranquillità ed eremitaggio ecologico ai terreni colpiti. Un bosco bruciato ha bisogno di tempo per rigenerarsi e la fauna selvatica superstite, già̀ molto stressata e privata del proprio habitat, non può subire l’ulteriore pressione dell’attività venatoria.

“Sono altresì vietati per dieci anni, limitatamente ai soprassuoli delle zone boscate percorsi dal fuoco, il pascolo e la caccia.”

Quanto sia importante tutelare la biodiversità con questo arco di tempo è ovvio: un incendio provoca una frattura importante e lunga da recuperare non solo nella vegetazione, ma anche nella fauna selvatica che del bosco ha fatto la sua casa, una casa che non è più lì a proteggere, è un deserto arido e insidioso, dove cacciare diventa persino più facile. È fondamentale quindi capire il tempo fisiologico, per poter ristabilire un eco sistema che possa restituire alle specie minacciate da questo evento traumatico, un luogo e un periodo di cura e attenzione.

Il ruolo delle istituzioni
È indispensabile che le Amministrazioni regionali, i Comuni e gli Enti parco di tutta la Penisola provvedano tempestivamente ad aggiornare il Catasto degli Incendi, perimetrando con precisione satellitare e catastale le aree percorse dal fuoco. Inoltre è necessario apporre un’adeguata ed esplicita tabellazione sul campo: segnalare, cioè, sul perimetro dei terreni bruciati il divieto assoluto di caccia e pascolo ai sensi della L. 353/2000, azzerando ogni possibile equivoco o scusa legata alla presunta non conoscenza dello stato dei luoghi.
Infine è tassativo garantire controlli sistematici: coordinare i Corpi Forestali regionali, i Carabinieri Forestali e le Polizie Locali per monitorare costantemente le zone interdette.

Il ruolo dei cittadini
I controlli istituzionali, per quanto rigorosi, incontrano inevitabilmente limiti di organico e di estensione territoriale rispetto all’immensità del patrimonio forestale italiano. È qui che s’inserisce l’elemento cruciale per la reale tutela dell’ambiente: il coinvolgimento diretto e la vigilanza di tutta la cittadinanza. Gli incendi non si fermano con le sole autobotti, né i divieti si rispettano con la sola presenza delle forze dell’ordine. La difesa del territorio richiede una comunità educata, attenta e reattiva. Ogni cittadino, escursionista, residente o frequentatore della natura deve sentirsi parte integrante del sistema di custodia del bene comune.

La vigilanza cittadina sul territorio si esercita segnalando i roghi e i fumi componendo immediatamente il numero unico di emergenza (112) o il 1515 in presenza di qualsiasi colonna di fumo.
Occorre inoltre monitorare qualsiasi violazione della legge dopo l’incendio e dunque segnalare alle autorità competenti eventuali presenze di cacciatori o mandrie al pascolo all’interno di aree percorse dal fuoco nei dieci anni precedenti.
I cittadini possono richiedere trasparenza ai Comuni: sollecitandoli affinché pubblichino e aggiornino regolarmente i Catasti degli Incendi Boschivi, rendendoli consultabili a tutti.
Infine, è necessario diffondere la cultura della legalità ambientale, scoraggiando comportamenti a rischio (come l’uso di fuochi o l’abbandono di rifiuti) e denunciando qualsiasi attività sospetta.

La rinascita di un bosco bruciato è un processo lento che dura decenni. Proteggere queste aree dall’intrusione umana scorretta e dall’attività venatoria significa difendere il futuro ecologico di tutti noi. Transitare da un ruolo di spettatori passivi ad attori vigili e consapevoli è l’unico vero antidoto alla distruzione del nostro patrimonio naturale. Solo affiancando alla forza della legge la forza della vigilanza popolare potrà garantire che dal nero della cenere torni davvero a germogliare la vita.