UCCISIONE DELL’ORSA F36: LEAL AMMESSA COME PARTE CIVILE

UCCISIONE DELL’ORSA F36: LEAL AMMESSA COME PARTE CIVILE

Il 2 ottobre si è svolta presso il Tribunale di Trento la nuova udienza per il processo penale pertinente l’uccisione dell’orsa F36. LEAL Lega Antivivisezionista è stata ammessa come parte civile. L’associazione è patrocinata dall’Avv. Aurora Rosaria Loprete. Il giudice ha riconosciuto il ruolo dell’associazione nel prendere parte a questo procedimento e, soprattutto, il diritto a difendere gli animali in sede giudiziaria.
Due le strade distinte per gli imputati: a P. è stato concesso il rito abbreviato condizionato, rinviato al 18 novembre 2026, mentre per la discussione finale è stata stabilita la data del 21 dicembre 2026. Per ciò che concerne il V. il Giudice ha preso atto del suo decesso. I fatti riguardanti l’orsa F36 risalgono al 27 settembre 2023, quando in Val Bondone, nel comune di Sella Giudicarie, l’orsa è stata trovata senza vita. Le indagini balistiche e i rilievi hanno stabilito che l’animale, inerme, è stato ucciso il 24 settembre, da un colpo di fucile. Uccisa nel suo habitat, senza nessuna pietà.
L’orsa F36, era sì identificata con un numero, ma non era un numero, era un individuo, un esemplare di orso bruno, con il suo piccolo, la sua casa erano i boschi, le montagne, luoghi che dovrebbero essere sicuri. Un esemplare che doveva essere protetto e tutelato. Un animale di 6 anni assolutamente pacifico e che mai aveva avuto comportamenti aggressivi nei confronti degli umani. Nella sua casa, nel suo mondo, ha trovato la morte. LEAL si batte con forza perché la giustizia faccia il suo corso.
Il 31 luglio 2024 la Procura di Trento aveva avanzato la richiesta di archiviazione, per mancanza di prove e a seguito della denuncia presentata dall’associazione. A luglio 2025 il Tribunale di Trento ha accolto l’opposizione presentata da LEAL, contro l’archiviazione del caso.

Oggi dopo 3 anni, LEAL ancora in prima linea per la giustizia. L’Avv. Loprete dopo l’udienza del 2 ottobre ha dichiarato: “L’ammissione di LEAL quale parte civile è una decisione importante che ci consente di farci messaggeri e difensori di chi non ha voce, direttamente dentro l’aula di tribunale. La morte dell’orsa F36 non può e non deve rimanere impunita. Affronteremo le prossime udienze del 18 novembre e del 21 dicembre con la massima determinazione per garantire che tutte le responsabilità emerse vengano accertate e sanzionate con il massimo del rigore consentito dalla legge. Il rispetto della fauna selvatica è un principio giuridico non negoziabile”.

Troppe volte si assiste a comportamenti violenti e prevaricatori. L’essere umano si sente forte quando imbraccia un fucile, in luoghi che non gli appartengono e dove con prepotenza stabilisce confini immaginari.

“La natura è la casa di ogni essere vivente. – afferma Gian Marco Prampolini presidente LEAL – Quando in sede giudiziale otteniamo dei risultati, oltre a essere una vittoria per gli animali è un altro mattone nella costruzione di una società etica e che ha a cuore il benessere di ogni essere senziente”.

LA STORIA DI WANG WANG – LA CRUDELTA’ CHE ANNIENTA L’UMANITA’

LA STORIA DI WANG WANG – LA CRUDELTA’ CHE ANNIENTA L’UMANITA’

L’indicibile agonia, in anima e corpo, subita da una creatura inerme, prima di essere brutalmente uccisa, non può essere dimenticata, non deve essere accettata, perché urla a tutte le coscienze che l’inferno per gli animali è qui

Quanto dolore costa essere umani? Non umani nel senso di appartenere alla specie umana, la più crudele e pervasiva del pianeta, ma umani nella consapevolezza penosa che esseri senzienti, dotati di coscienza, possano compiere atti di violenza tanto estremi da annullare ogni parola, lasciando spazio solo alle lacrime e allo sdegno. La crudeltà nei confronti degli animali genera una sorta di spaventoso senso di impotenza, perché è la forma più vigliacca e aberrante che si possa immaginare. Quando a commetterla sono dei minori, ci si chiede, che adulti diventeranno? 
L’animale è la palestra preferita dagli psicopatici deviati. Che a commettere un fatto violento sia un minore, è la vera sconfitta di una società moderna che non ha insegnato l’empatia, il rispetto, la cura, la gentilezza, il senso di alterità.


È il 28 giugno 2026, siamo nel villaggio di Pingpu, città di Xinheng, distretto di Jedong, città di Jieyang, provincia del Guangdong, in Cina. 
Cinque ragazzi di un’età non ben definita ma sicuramente al di sotto dei quattordici anni, torturano e uccidono una giovane cagnolina e i suoi piccoli cuccioli di poco più di due settimane. 

Wang Wang era una piccola randagia che ha vissuto per strada, un essere indifeso che ha avuto la sfortuna di incontrare degli esseri immondi e spietati. Uno strazio dover raccontare questa storia, un incubo che non ha niente a che vedere con i peggiori film horror, non c’è stata finzione, né letteratura, ogni frammento di questa storia colpisce come lama affilata chiunque abbia un cuore.
Un raid ben studiato, arnesi di tortura, bastoni chiodati, metallo, benzina, filo e altri strumenti. I ragazzi hanno preso i cuccioli della cagnolina per attirarla nel luogo dove hanno premeditato l’atto osceno e crudele, e nel luogo isolato la tortura è iniziata: prima hanno ucciso i cuccioli uno ad uno davanti ai suoi occhi e proprio perché non ha voluto abbandonare i suoi piccoli, non ha sfruttato l’occasione di fuggire, ma è rimasta nel luogo che le avrebbe dato la morte.
I ragazzi hanno colpito ripetutamente Wang Wang con mazze di legno chiodate, senza risparmiare nessuna parte del suo corpo. Nel tentativo, inutile di nascondersi, cercando un riparo, è stata tirata via a forza da sotto un mobile, continuando a infierire sul suo corpo.
Mai il tentativo di mordere o attaccare. Le hanno cavato gli occhi e pugnalato l’addome. Infine, non contenti degli atti orrendi e vili, l’hanno cosparsa di benzina e le hanno dato fuoco.
L’ultimo atto d’amore verso uno dei suoi cuccioli senza vita è stato quello di strisciare verso di lui per leccarlo.
Anche dopo tutto questo scempio i ragazzi hanno continuato a colpirla senza pietà.
Era morta, ma la loro furia da esseri deviati non ha risparmiato neanche l’ultimo momento.
Questa tortura è durata più di un’ora un tempo infinito nel quale un essere innocente non ha potuto far altro che assistere alla morte dei suoi piccoli e subire delle torture indicibili.


E questo solo per divertimento.
Perché nell’epoca dei social, dei clickbait, dei like facili, in rete si trova di tutto. 

Questa storia è così dettagliata non perché sia stata raccontata, ma filmata interamente dai ragazzi, che si sono incitati a vicenda, per poi postarla in rete.
Questa è la parte sociologicamente amara, perché pensare che dei ragazzi, invece di andare a giocare a pallone, o sfidarsi ai videogiochi, o andare in bicicletta, come ragazzi di quell’età dovrebbero fare, organizzano un’azione tanto abietta e crudele, è una deformità, una stortura sociale, una sconfitta come specie e come civiltà, perché attuare azioni così orrende, inimmaginabili, che non possono essere spiegate o raccontate, ma soprattutto giustificate, rappresenta una parte oscura, una macchia che non si può cancellare. 

Non si può pensare che l’età sia un’attenuante perché azioni di questo tipo sono il segnale d’allarme per un futuro di sociopatia, non ci vuole uno psichiatra per affermarlo. 


Venerdì 25 settembre, il mondo intero ha chiesto giustizia per Wang Wang, perché i video con torture inflitte agli animali è una pericolosa deriva. Una società che non protegge i più deboli è una società sconfitta, finita, un vortice di violenza che non risparmia nessuno.
Per questo lo sdegno si è trasformato in urla. In tantissime città del mondo tanti esseri umani che hanno a cuore la vita e la convivenza con altri esseri viventi, ha marciato per dire No a quanto sia stato facile, torturare, uccidere, distruggere ogni atomo di bellezza, di fibra di vita che risiede in ogni essere su questo pianeta.
In Italia, a Roma e Milano, due grandi manifestazioni per urlare quanto questo sia inaccettabile, monetizzare la tortura, normalizzare la crudeltà, non può e non deve essere considerato parte di questo mondo. 
L’aria che respiriamo, il pianeta che abitiamo, è di tutti, ognuno ha il diritto di sentirsi al sicuro.
Questo è l’assunto che ogni essere umano deve portare avanti, basta con la violenza sugli animali.
Crescere in un mondo sano vuol dire combattere la brutalità con la quale ogni debole su questa terra deve fare i conti, ma questi conti li paghiamo tutti, in termini di civiltà e di convivenza.
Amare gli animali non è una scelta, difenderli e proteggerli è un dovere ed è questo che può riportare una scintilla di umanità nel nostro mondo.

IL LUPO GUARDIANO INVISIBILE DEI NOSTRI ECOSISTEMI

IL LUPO GUARDIANO INVISIBILE DEI NOSTRI ECOSISTEMI

Il lupo non si preoccupa del numero delle pecore
Il lupo perde il pelo ma non il vizio
Can mansueto, lupo nel salceto
Quante volte una frase, un proverbio, un aforisma, ha utilizzato il “mito” del lupo cattivo, dell’animale famelico e infido che non aspetta altro che divorare la sua preda, umano compreso. Le leggende narrate sul lupo, hanno contribuito nel tempo a creare intorno a questo animale meraviglioso un terrorismo e una paura che non ha certo giovato alla salvaguardia della specie. Nelle favole il lupo è rappresentato come un abile bugiardo che tende solo a ingannare la sua preda, cappuccetto rosso, i tre porcellini, per esempio.
E il mito del lupo cattivo sopravvive nei secoli e diventa un fenomeno culturale. Ai bambini si dice: “Attento che il lupo viene e ti mangia” oppure: “Non fare i capricci altrimenti chiamo il lupo e ti porta via” Il lupo è l’incarnazione, animale, dell’uomo nero, l’archetipo junghiano trasformato ad hoc.
Sicuramente insegnare ai bambini la paura nei confronti di un animale selvatico è triste e doloroso, perché anziché insegnare il rispetto e la gentilezza, si trasmette paura e disprezzo. 
Naturalmente l’esempio delle favole è solo una parte di tutto il terrorismo praticato nei confronti del lupo, il quale subisce questa demonizzazione da molti secoli.
Già nel medioevo la coabitazione tra essere umano e lupo era difficile, il lupo era visto come un pericolo per la sopravvivenza. 
Ma se si analizza più a fondo ciò che ha contribuito alla versione “cattiva” del canis lupus si possono esaminare fonti e tradizioni lontane nel tempo. Nel Vangelo di Matteo i falsi profeti sono definiti lupi travestiti da agnelli. Nel medioevo tra il XII e il XIII secolo, con lo sviluppo dell’allevamento i danni alle greggi rappresentano un conflitto tra essere umano e lupo e trasformano l’animale in feroce predatore. I miti pre cristiani delle metamorfosi e della licantropia, poi, hanno generato una letteratura infinita di mostri arcaici e spietati. La chiesa vede il lupo, nei secoli, come la rappresentazione del maligno e quindi spinge la popolazione di fedeli a odiarlo e cacciarlo, per estirpare il male.
Sono leggende miste a verità, ma un fattore importante resta: l’immagine del lupo, tradizionalmente è spesso, troppo spesso, associata al cattivo. Ci sono però parti del mondo dove il lupo era ed è considerato un essere prezioso e da proteggere.
Per i nativi americani il lupo era una guida, una sorta di Maestro spirituale, con poteri sacri, quali: l’agguato, l’invisibilità e la strategia. Il lupo come ogni animale selvatico, uccide per sopravvivenza, al contrario dell’essere umano. Per molte tribù di nativi il lupo rappresentava un essere con grandi poteri, simbolo di lealtà. Infatti per la tribù dei Pawnee uccidere un lupo infrangeva un equilibrio ed era visto come una grave sciagura.
Nella cultura Eurasiatica il lupo era visto, addirittura, come sciamano e mediatore dell’invisibile. Nelle culture siberiane il lupo attraversava i confini dei vari mondi e procurare del male a un lupo significava richiamare la collera degli spiriti dei boschi. Leggende, storie, tradizioni diverse, nelle quali il lupo assume forme diverse: demone, sciamano, pericolo. Una sola la forma che in questa terra merita, vivo e protetto, la sua natura profonda, in un ambiente che lo protegga e non lo stermini, dichiarandogli apertamente guerra. I media poi fanno bene il loro lavoro e allontanandosi dalle leggende, che comunque sono un’impronta profonda nella considerazione del lupo da parte degli umani, è importante analizzare gli ultimi eventi accaduti che vedono come protagonista l’animale e come la stampa sottolinei gli eventi in maniera sensazionalistica e con il preciso intento di allarmare e impaurire.
È di agosto scorso l’episodio noto della bambina aggredita a Noicattaro, in provincia di Bari, da un lupo. Le analisi del DNA hanno confermato la natura dell’aggressione, individuando un esemplare maschio. È stata, però resa nota, la cattura di un esemplare femmina, nelle campagne tra Noicattaro e Rutigliano. La cattura è stata effettuata con telenarcosi e l’esemplare sarà tenuto in osservazione nel centro faunistico di Bitetto. Le aggressioni agli umani, da parte del lupo, sono estremamente rare, quello che ci si deve chiedere è il perché di questa vicinanza ai centri urbani. Questo evento, ancora una volta, rischia di creare una pericolosa generalizzazione, e che trasformi la già difficile coabitazione con i lupi in una caccia alle streghe. Il fatto di cronaca che è arrivato in televisione ha avuto una risonanza mediatica notevole: il cagnolino Yoghy, sbranato nei pressi della sua abitazione, nella zona di Visome, nei pressi di Bellluno. I proprietari affermano che il cagnolino sia stato ucciso da un lupo, anche se per ora non ci sono conferme a riguardo. Il caso è stato trattato con una veemenza e una tale ingordigia di ascolti, che è evidente l’obiettivo, terrorizzare le persone, giustificare la caccia selettiva e sterminare il lupo cattivo. Senza nulla togliere alla tragedia di un’aggressione o di una morte di un animale indifeso, questo però pone un quesito importante che riguarda proprio la coabitazione con le specie selvatiche, quanto l’essere umano ha contribuito a questo squilibrio? Non è il cervo che attraversa la strada ma la strada che attraversa il bosco. Noi abbiamo invaso degli habitat, causando squilibrio, cacciando, deforestando, cementificando, ecco perché etologicamente, questi comportamenti, disastrosi e antropocentrici, hanno sicuramente radicato una progressiva instabilità.
Ci sono realtà per fortuna, dove questa tendenza alla demonizzazione si stempera in azioni virtuose come il lupo salvato a Massalengo, nel Lodigiano. L’animale era caduto in una roggia, un canale artificiale, e nel tentativo di salvarsi dalla corrente era rimasto intrappolato in un tratto tombinato. Il lupo è stato salvato e portato in un centro specializzato, vigili del fuoco, Polizia provinciale di Lodi, personale veterinario e ERSAF (Ente Regionale per i servizi all’agricoltura e alle foreste) hanno contribuito a mettere in salvo l’animale, ma soprattutto hanno lanciato il segnale di quanto sia importante tutelare la fauna selvatica. Ma gli umani hanno bisogno di perseguitare e di trovare un colpevole, questo si manifesta nelle azioni più ignobili e crudeli, come il lupo impiccato a Marcellina nel 2020, o nei pressi del lago di Varano, nel Parco Nazionale del Gargano nel 2021, o ancora il lupo decapitato lo scorso aprile, nei pressi di Pisa. Sono azioni che sfociano nel disprezzo e nella normalizzazione di comportamenti ignobili. Fino ad arrivare a filmare “bravate” come l’inseguimento di qualche giorno fa, per le strade di Ficulle, in provincia di Terni, dove un automobilista ha filmato tre lupi terrorizzati, che fuggivano dall’auto che con i fari puntati li braccava, per poi postarlo su una pagina Facebook, “Sei di Ficulle se…”. Il lupo è un animale importantissimo per l’ecosistema, ed è importante restituire a questo animale lo spazio necessario alla sua sopravvivenza, vive in branco, è un animale sociale e quando si nota un lupo da solo, vuol dire che o è alla ricerca di un compagno o di un altro territorio, o che il suo branco è stato disperso, magari in seguito ad abbattimenti. Noi esseri umani non siamo i soli ad abitare questo pianeta, non siamo i proprietari di nulla, possiamo dire che viviamo una sorta di comodato d’uso, ma con una clausola che purtroppo non è rispettata: la coabitazione. La salute del nostro pianeta, così come dei boschi, dipende dalla tutela di tutte le specie, in una visione di convivenza senza violenza e senza prevaricazione.
FOTO: Antonio Iannibelli
DALLA PARTE DEI CROSTACEI PER IL DIRITTO DI OGNI ESSERE SENZIENTE

DALLA PARTE DEI CROSTACEI PER IL DIRITTO DI OGNI ESSERE SENZIENTE

“Anche i duri soffrono” la coalizione animalista per i diritti e tutela dei decapodi

Pescati, imprigionati, esposti sul ghiaccio, bolliti vivi: il destino dei crostacei è segnato, e il loro dolore è silenzioso, ma non per questo meno grande. Un dolore che li colloca tra le specie più sfortunate: non piangono, non gridano, ma soffrono, senza lacrime.

Considerare la vita come un bene prezioso, come un diritto, non è sempre scontato, e il destino degli animali marini non aiuta: molti pensano che non provino dolore, un pregiudizio ormai sfatato da recenti studi scientifici. 

“Esistono già prove che i crostacei decapodi mostrano segni di disagio e stress quando esposti a lesioni come l’asportazione forzata di una chela. I nostri esperimenti più recenti dimostrano che gli scampi norvegesi reagiscono negativamente alle scosse elettriche, che sono dolorose per gli esseri umani”, afferma Lynne Sneddon, professoressa di zoofisiologia all’Università di Göteborg.
Gli esperimenti recenti, come quelli condotti dall’Università di Göteborg, non possono certo dirsi rispettosi della dignità animale, poiché gli animali coinvolti sono stati sottoposti a stress indotti artificialmente. Tuttavia, forniscono un segnale chiaro di come questi animali, tanto sfruttati, siano in grado di provare dolore.
La scienza ha ormai dimostrato la capacità dei crostacei decapodi – granchi, gamberi, astici, aragoste e scampi – di avvertire la sofferenza.
Nel 2021 la London School of Economics and Political Science ha pubblicato uno studio dal titolo Review of the Evidence of Sentience in Cephalopod Molluscs and Decapod Crustaceans, che evidenzia l’indubbia capacità dei decapodi di provare sensazioni, annoverandoli così tra gli esseri senzienti. Il Regno Unito, infatti, nel 2022 ha ufficialmente riconosciuto i crostacei decapodi come esseri senzienti.
Seppure l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) e la British Veterinary Association (BVA) riconoscano i decapodi come animali dal comportamento complesso, in grado di apprendere e dotati di consapevolezza, ma soprattutto, animali che reagiscono agli stimoli e al dolore, in Italia come in altri paesi europei, non c’è una normativa che tuteli questi animali.
In quanto esseri senzienti, dovrebbero essere necessariamente tutelati e protetti dalla legge. Animal Law Italia, oltre a promuovere la campagna “Dalla parte dei crostacei” e la coalizione “Anche i duri soffrono”, la coalizione animalista che chiede a gran voce diritti e tutela per i crostacei, ha commissionato all’Università di Messina uno studio approfondito che ha confermato come i decapodi siano esseri senzienti, dotati di recettori del dolore e di un sistema nervoso in grado di percepire ed elaborare dolore e stress ambientale. Sono parte della coalizione LEAL, ANIMAL LOW ITALIA, ESSERE ANIMALI, OIPA, ENPA, LAV, ANIMAL EQUALITY ITALIA, CIWF, LNDC.

“La coalizione – spiega Ermanno Giudici, responsabile del progetto di tutela di Animal Law – chiede, ancora una volta, ai decisori politici di stabilire norme che vietino la vendita al dettaglio di crostacei vivi e renda illegale, in qualsiasi contesto, la cottura di questi animali senza preventiva uccisione o stordimento. La scienza ci conferma che i crostacei sono esseri senzienti e la politica, per rispetto e civiltà, deve far cessare, da subito, le sofferenze evitabili, adeguando le normative a quel rispetto per gli animali che da tempo chiedono la maggioranza degli italiani. Nulla è peggiore delle crudeltà inferte senza necessità, solo per indifferenza verso la sofferenza di altri individui”.

Questo riconoscimento scientifico, tuttavia, non si traduce automaticamente in una tutela giuridica: è proprio per colmare questo vuoto che è nata la campagna di Animal Law Italia, volta a porre fine a un trattamento tanto violento quanto ingiusto.

LEAL, Lega Antivivisezionista, da sempre dalla parte di tutti gli esseri senzienti, fa parte della coalizione “Dalla parte dei crostacei”.

Il manifesto della coalizione chiede quattro richieste urgenti:
Il divieto di detenere crostacei decapodi vivi a diretto contatto con il ghiaccio o in acqua con ghiaccio.
Il divieto della bollitura dei crostacei decapodi da vivi, incluso il lento innalzamento della temperatura dell’acqua.
Il divieto della vendita diretta al consumatore di crostacei decapodi vivi, incluso l’acquisto online.
Il riconoscimento legale dei crostacei decapodi come esseri senzienti, capaci di provare dolore e sofferenza.
“Il messaggio è chiaro: nessun essere senziente deve essere trattato come un oggetto, considerato solo cibo – afferma Gian Marco Prampolini presidente Leal – gli animali hanno i loro diritti, la loro dignità, e di fronte a una sofferenza tanto grande come quella che i decapodi subiscono, non si può rimanere in silenzio. Il loro silenzio è la nostra voce che grida sempre più forte, finché il diritto alla vita non sarà considerato un principio fondante di una società civile.”

 

Dal DDL 1552 ALLA PDL 2984: TRENT’ANNI DI TUTELA DELLA FAUNA SELVATICA IN FUMO

Dal DDL 1552 ALLA PDL 2984: TRENT’ANNI DI TUTELA DELLA FAUNA SELVATICA IN FUMO

Le associazioni della coalizione nazionale che si oppongono alla PDL caccia, condannano fermamente la decisione della maggioranza parlamentare di calendarizzare in Aula, nel prossimo mese di novembre, la proposta di legge n. 2984, senza poter consentire alla Commissione Agricoltura della Camera di completare l’esame degli emendamenti.

Il 16 settembre, dopo la pausa estiva, sono ripresi i lavori, ma la calendarizzazione, appunto, rende impossibile un’analisi completa delle modifiche presentate. Questa è una scelta che mina profondamente il corretto funzionamento delle istituzioni, impedendo il confronto, sottraendo al percorso ordinario e trasparente, una riforma che necessita di massima attenzione e ascolto. Un milione di emendamenti presentati che non sono presi in considerazione. Gli emendamenti presentati non sono un dettaglio ma una chiara richiesta di democrazia. Vengono così ignorati un  milione di emendamenti che rappresentano l’istanza, legittima, di partecipare al confronto, per poter capovolgere questo sistema politico d’interessi a spese degli animali e della natura.

Ma ripercorriamo tutte le fasi della proposta, dalla legge 1552 alla PDL 2984.

Il disegno di legge 1552, prima firma del senatore Lucio Malan (FdI) e sostenuto dal ministro Francesco Lollobrigida, riscrive la legge 157 del 1992: la norma che da oltre trent’anni disciplina in Italia la tutela della fauna selvatica e l’esercizio venatorio. Rinominato “legge Sparatutto”, il testo è stato approvato dal Senato il 23 giugno 2026, al termine di un iter in Commissione lungo, contraddittorio, segnato da retromarce e colpi di mano tra cui lo stralcio, dopo le proteste di esperti e attivisti, della norma sulla caccia allo stambecco, simbolo delle Alpi italiane e specie protetta.

Il testo è passato alla Camera dei Deputati, dove ha assunto il nuovo numero PDL 2984, per l’esame e il voto definitivo.
Non è un semplice aggiornamento: è un cambio d’impianto. La legge del 1992 nasceva per proteggere la fauna selvatica, tollerando la caccia come deroga circoscritta. Il nuovo testo capovolge la prospettiva: introduce il concetto di “gestione” della fauna accanto a quello di tutela, e ridefinisce la caccia come attività che “concorre alla tutela della biodiversità e dell’ecosistema”. Il cacciatore, nel linguaggio della riforma, non è più lo “sportivo” che uccide per diletto: diventa un “bioregolatore”.

Il cacciatore come bioregolatore è un capovolgimento totale di ciò che il cacciatore, in natura, rappresenta. Il ruolo del cacciatore è quello di gestire la fauna con le armi, la caccia che contribuisce a regolare la biodiversità è l’ennesima forzatura, l’ennesimo inganno. L’ampliamento delle aree protette sottopone la fauna a un danno irreversibile, un tempo dilatato per gestire gli spazi. Ma se ciò non bastasse, in Italia si ospiteranno anche cacciatori dall’estero, quindi la pressione venatoria sarà sempre più grave. La natura è vista come un comparto economico, un settore da sviluppare, incrementare, a spese della fauna, a spese della natura, già compromessa dalla crisi climatica, dagli incendi, dall’urbanizzazione. Perché la fauna non è un bene da proteggere, ma un bene da sfruttare, sempre per motivi economici. Questo assunto, fuori da ogni logica di salvaguardia è la nuova visione politica ed economica del “comparto natura”. La caccia non può e non deve essere vista come la salvezza dell’ambiente. Uccidere, sfruttare, distruggere, questo quello che il PDL promette.

Più specie cacciabili, anche protette. Il lupo esce dall’elenco delle specie particolarmente protette e rientra tra quelle cacciabili in selezione. Tornano cacciabili l’oca selvatica e il piccione.

Più territorio aperto alle armi. La caccia si estende al demanio marittimo, quindi anche alle spiagge, e ai boschi e terreni forestali demaniali, oltre alle praterie d’alta quota. Cadono i vincoli che oggi proteggono i valichi montani lungo le rotte di migrazione. I proprietari di fondi privati non potranno più vietare l’accesso ai cacciatori per motivi esclusivamente etici.

Calendari venatori più lunghi. Salta il limite del 10 febbraio che protegge l’avvio della migrazione prenuziale: le Regioni potranno prolungare la stagione anche oltre, sovrapponendosi alle fasi di nidificazione. Si potrà sparare anche dopo il tramonto.

Più richiami vivi.  Il tetto per cacciatore, oggi fissato a 40 uccelli, viene di fatto smontato: si introduce un limite di dieci capi da cattura per specie fino a un massimo di quaranta, ma per gli esemplari allevati in cattività il numero diventa potenzialmente illimitato.

Tecnologie da guerra per la caccia di selezione. Visori termici, intensificatori di luce, telemetri e ottiche evolute entrano nella strumentazione ammessa per la caccia agli ungulati.

La scienza messa a margine. Il parere dell’ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, da vincolante diventa consultivo. Le Regioni potranno discostarsene appoggiandosi al Comitato tecnico faunistico-venatorio, dove siedono anche le rappresentanze dei cacciatori: chi dovrebbe misurare se un prelievo è sostenibile finisce a deciderlo insieme a chi quel prelievo lo pratica.

Come si può considerare la caccia il metodo per regolare e salvaguardare le specie selvatiche? La fauna selvatica, patrimonio indisponibile dello Stato, che andrebbe tutelato e protetto, risponde alle logiche politiche ed economiche, senza considerare il fattore tutela e conservazione.

I dati ISPRA, dicono che il 28% dei vertebrati italiani valutati è a rischio estinzione e il 26% degli uccelli nidificanti è minacciato. Tra il 2017 e il 2023 sono stati abbattuti oltre 32 milioni di uccelli cacciabili. Aumentare il prelievo mentre la biodiversità arretra significa accelerare un crollo già in corso, non certo definibile “gestione”.
Nel frattempo i cacciatori sono in netto calo: da 738.000 nella stagione 2016-17 a 155.496 oggi, appena l’1% della popolazione italiana. Negli ultimi vent’anni la caccia ha fatto circa 1.937 vittime, tra cacciatori e non. Sul piano economico, il conto rischia di essere salato: una procedura d’infrazione UE potrebbe costare circa 20 milioni di euro per soli sei mesi di ritardo, a fronte dei 15 milioni di euro di danni all’agricoltura che la riforma dichiara di voler risarcire.

 

A questo si aggiunge il rischio incidenti che ogni stagione venatoria porta con sé: feriti e morti, tra cacciatori e tra chi cacciatore non è passanti, escursionisti, animali domestici colpiti per errore.

Ampliare gli spazi di caccia a spiagge, sentieri e aree finora precluse significa aumentare l’esposizione di chi quei luoghi li frequenta senza un fucile in mano.

Sul piano giuridico, la riforma rischia di scontrarsi con l’articolo 9 della Costituzione, che dal 2022 include la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi tra i principi fondamentali della Repubblica, anche nell’interesse delle generazioni future.

La Pdl rischia di scontrarsi anche con il diritto europeo: la Commissione UE ha già contestato per iscritto l’estensione dei calendari venatori oltre il 10 febbraio e il declassamento del parere ISPRA come violazioni della Direttiva Uccelli, mentre sui richiami vivi l’Italia è già sotto procedura EU Pilot dal 2023. Non sarebbe un caso isolato: l’Italia ha una lunga storia di infrazioni legate alla caccia. Nel 2009 la Corte di Giustizia UE l’ha condannata per deroghe illegittime sulla caccia ai piccoli uccelli; nel 2010 una seconda condanna, perché normative regionali avevano trasformato le deroghe misure eccezionali per definizione in caccia abituale a specie protette; nel 2014 è stata avviata una procedura per l’uso illegale di richiami vivi, e un’altra nel 2015 per caccia durante periodi vietati. Negli ultimi vent’anni l’Italia ha ricevuto oltre venti lettere da Bruxelles, tutte legate a violazioni che il DDL 1552 rischia di riproporre e amplificare.
Ma il modo in cui questa contestazione è stata gestita è veramente inaccettabile: una lettera della Commissione europea che segnalava possibili violazioni della normativa ambientale è stata tenuta nascosta dal governo durante i lavori parlamentari, scatenando la reazione durissima delle opposizioni. Il ministro Lollobrigida ha liquidato la questione definendo i funzionari UE “burocrati”, invece di rispondere nel merito alle violazioni segnalate.

Quello che dicono gli italiani

I sondaggi commissionati da Fondazione Capellino a Ipsos e Istituto Piepoli restituiscono un quadro netto.

Per Ipsos il 61% degli italiani è contrario al DDL 1552; per Piepoli il consenso al testo si ferma al 24%. Una larga maggioranza, tra l’85% e l’81% a seconda dell’istituto, ritiene che la caccia comporti rischi concreti per la sicurezza delle persone. Il 78% la giudica eticamente inaccettabile per la sofferenza inflitta agli animali. Il 71% ritiene che non dovrebbe mai essere consentita sulle specie protette. E secondo Piepoli il 94% degli italiani la vorrebbe vedere abolita, fortemente limitata, o quantomeno non ampliata rispetto a oggi.

LEAL, Lega Antivivisezionista, è in campo come lo è sempre stata: a denunciare, a documentare, a non cedere di un millimetro. Insieme ad altre 57 associazioni ambientaliste e animaliste ha scritto una lettera formale alle istituzioni per chiedere che il testo venga esaminato anche dalla Commissione Ambiente della Camera, e non solo da quella Agricoltura: un passaggio che permetterebbe una valutazione più approfondita dell’impatto ambientale della riforma.

“Il PDL 2984 non è una riforma: è una resa – dichiara Gian Marco Prampolini, Presidente nazionale della LEAL – l’85% degli italiani ha già espresso il suo parere, continuare a negare o ignorare una così ampia parte di cittadini, non è solo un affronto alla democrazia, ma lo è anche nei confronti della natura già troppo sfruttata, agli animali selvatici che stanno per vivere il periodo peggiore della loro esistenza. LEAL non ha intenzione di fermarsi, per combattere una battaglia giusta e virtuosa per la natura e gli animali che la abitano”.
“Difendere gli animali è il nostro motore ormai da cinquant’anni, continueremo a lottare per i diritti di tutti, nessuno escluso”, Conclude il presidente Prampolini

Si ricorda, inoltre, ciò che LEAL ha elaborato una serie di proposte di emendamento tecnico-giuridiche al testo:
il mantenimento della protezione della fauna selvatica come finalità prioritaria della legge, prima della sua “gestione”;
l’abolizione dei richiami vivi e dei tetti oggi ancora previsti per la loro cattura e detenzione;
la conferma delle attuali percentuali di territorio sottratte alla caccia, e la tutela del diritto dei proprietari di vietare l’accesso ai cacciatori sui propri fondi;
il divieto assoluto di visori notturni, intensificatori di luce e altra strumentazione optoelettronica nell’attività venatoria;
il ripristino del carattere vincolante del parere dell’ISPRA sui calendari venatori;
l’esclusione dei cacciatori privati dai piani pubblici di contenimento faunistico, oggi trasformati in una forma indiretta e prolungata di attività venatoria;
il divieto di caccia sui terreni innevati e la tutela rigorosa dei valichi montani lungo le rotte migratorie.

A questo punto non ci si ferma, ma si continua la giusta battaglia per la vita, per la tutela del patrimonio faunistico, per una coabitazione pacifica, e per sovvertire questa visione della natura come un bene da sfruttare e non da difendere.