ACQUARIO DI GENOVA: LA VIOLENZA DIETRO UN VETRO TRASPARENTE

ACQUARIO DI GENOVA: LA VIOLENZA DIETRO UN VETRO TRASPARENTE

La crudeltà nei confronti degli animali, negli acquari non fa rumore.

Non ci sono urla, non c’è sangue visibile, solo un vetro spesso e un sorriso stampato sui cartelli pubblicitari. L’illusione che il divertimento offerto da un animale imprigionato sia svago e non violenza. Dietro quella superficie levigata, si consuma una violenza sistematica e quotidiana contro esseri senzienti, ridotti a merce da esposizione. E gli animali marini sono purtroppo tra le vittime più silenziose di questa violenza.
Leal ha dato voce a questa violenza, attraverso Il presidio, organizzato insieme a Fronte Animalista, AVI e Animalisti Genovesi, che non aveva nulla di aggressivo nella forma: attivisti pacati, spiegazioni anche in inglese per i turisti stranieri. Ma il contenuto di quelle parole raccontava tutt’altro che pace.
Corpi imprigionati, la morte del loro istinto
Un delfino, in natura, è un animale fatto per il movimento: percorre ogni giorno tra i 60 e i 100 chilometri, a velocità che sfiorano i 45 km/h. Rinchiuderlo in una vasca significa spezzare quella libertà alla radice, costringendo un corpo nato per il mare aperto a girare su sé stesso in uno spazio grande quanto una stanza. Questo è contenimento, è privazione forzata di tutto ciò che rende un delfino il meraviglioso cetaceo che ha diritto alla sua libertà.
Questi animali percepiscono il mondo attraverso il suono, con un sonar naturale finissimo che permette loro di “vedere” con l’eco. In mare, questo sistema è armonia. In una vasca di cemento, diventa tortura acustica: ogni clic che emettono rimbalza sulle pareti e torna indietro moltiplicato, in un frastuono continuo da cui non possono fuggire. Per impedire agli animali in vasca di impazzire, cosa impossibile, perché alla fine la pazzia della contenzione è comunque una condanna, sono sedati.
Anche la fame viene piegata al controllo: pesce congelato al posto di prede vive, e quando il corpo dell’animale non riceve abbastanza liquidi, la soluzione non è restituirgli un’alimentazione naturale, ma forzargli in gola una gelatina idratante, lontano dagli occhi dei visitatori, perché certe immagini non si mostrano al pubblico pagante.
Il commercio che uccide prima ancora di “divertire”.

“La violenza più cruda – sottolinea Ugo Bettio, responsabile Allevamenti Intensivi di Leal -, tuttavia, quella meno raccontata, comincia molto prima delle vasche. Prolifera nel mercato nero degli acquari, dove pesci rari e cavallucci marini vengono catturati sciogliendo cianuro in bottiglie d’acqua, spruzzato direttamente sui coralli per stordire le prede. È un avvelenamento su scala industriale: la sostanza blocca il trasporto di ossigeno nel corpo dell’animale, che perde i sensi e viene raccolto a mani nude come un oggetto qualunque. Questa pratica altamente illegale non solo è estremamente violenta per l’animale. Il cianuro è un veleno altamente tossico e ad ampio spettro che uccide i polipi dei coralli circostanti e provoca la morte di enormi porzioni di barriera corallina. Inoltre, non essendo selettivo come veleno, provoca una vera e propria strage di specie marine.
La stragrande maggioranza – tra l’80 e il 90% secondo le stime – non sopravvive nemmeno alle settimane successive alla cattura, uccisa lentamente da danni interni, irreversibili, al fegato e al sistema nervoso. Il controllo del mercato, del commercio, del divertimento, se così si può definire, è una pratica inaccettabile, perché distrugge la fauna marina e il suo ambiente, trasmettendo un messaggio deviato: quello secondo il quale la tortura di animali catturati e torturati è uno svago”. “Si può veramente immaginare – dice Gian Marco Prampolini, presidente Leal – che questo tipo di spettacoli sia educativo? Soprattutto se si pensa a quanti bambini e giovani partecipano a questi eventi, nella completa incoscienza di come tutto questo nasca e di come gli animali sono trattati. È stato un momento emozionante infatti, quando i genitori dopo aver parlato con i figli, hanno deciso, insieme, di non entrare e di non contribuire, quindi, a questa tortura spacciata per divertimento.  Basta con le gabbie, che siano di metallo o di vetro. Basta con questo rapporto di violenza e dominanza umana che ci impedisce di avere un rapporto intraspecifico sano e rispettoso.
La Terra, il mare, il cielo non sono patrimonio esclusivo dell’essere umano, siamo in una casa condivisa, in cui ognuno ha il diritto di respirare e vivere in pace”.

Ai visitatori in fila, inoltre, è stato proposto di acquistare il biglietto per salire sul traghetto che partiva a pochi metri da loro, per avvistamento cetacei, dove avrebbero potuto ammirarli nel loro ambiente naturale e non rinchiusi e sedati in una vasca di cemento.
Il presidio si è chiuso con un intervento incisivo di Ugo Bettio e con una richiesta che gli organizzatori continuano a ripetere: che strutture come questa smettano di essere vetrine di sofferenza a pagamento, per diventare centri di cura e riabilitazione per gli animali marini feriti o in difficoltà.

ACQUARIO DI GENOVA: LA VIOLENZA NASCOSTA DIETRO PARETI DI VETRO

 

La crudeltà nei confronti degli animali, negli acquari non fa rumore.

Non ci sono urla, non c’è sangue visibile, solo un vetro spesso e un sorriso stampato sui cartelli pubblicitari. L’illusione che il divertimento offerto da un animale imprigionato sia svago e non violenza. Dietro quella superficie levigata, si consuma una violenza sistematica e quotidiana contro esseri senzienti, ridotti a merce da esposizione. E gli animali marini sono purtroppo tra le vittime più silenziose di questa violenza.
Leal ha dato voce a questa violenza, attraverso Il presidio, organizzato insieme a Fronte Animalista, AVI e Animalisti Genovesi, che non aveva nulla di aggressivo nella forma: attivisti pacati, spiegazioni anche in inglese per i turisti stranieri. Ma il contenuto di quelle parole raccontava tutt’altro che pace.
Corpi imprigionati, la morte del loro istinto
Un delfino, in natura, è un animale fatto per il movimento: percorre ogni giorno tra i 60 e i 100 chilometri, a velocità che sfiorano i 45 km/h. Rinchiuderlo in una vasca significa spezzare quella libertà alla radice, costringendo un corpo nato per il mare aperto a girare su sé stesso in uno spazio grande quanto una stanza. Questo è contenimento, è privazione forzata di tutto ciò che rende un delfino il meraviglioso cetaceo che ha diritto alla sua libertà.
Questi animali percepiscono il mondo attraverso il suono, con un sonar naturale finissimo che permette loro di “vedere” con l’eco. In mare, questo sistema è armonia. In una vasca di cemento, diventa tortura acustica: ogni clic che emettono rimbalza sulle pareti e torna indietro moltiplicato, in un frastuono continuo da cui non possono fuggire. Per impedire agli animali in vasca di impazzire, cosa impossibile, perché alla fine la pazzia della contenzione è comunque una condanna, sono sedati.
Anche la fame viene piegata al controllo: pesce congelato al posto di prede vive, e quando il corpo dell’animale non riceve abbastanza liquidi, la soluzione non è restituirgli un’alimentazione naturale, ma forzargli in gola una gelatina idratante, lontano dagli occhi dei visitatori, perché certe immagini non si mostrano al pubblico pagante.
Il commercio che uccide prima ancora di “divertire”

“La violenza più cruda – sottolinea Ugo Bettio, responsabile Allevamenti Intensivi di Leal -, tuttavia, quella meno raccontata, comincia molto prima delle vasche. Prolifera nel mercato nero degli acquari, dove pesci rari e cavallucci marini vengono catturati sciogliendo cianuro in bottiglie d’acqua, spruzzato direttamente sui coralli per stordire le prede. È un avvelenamento su scala industriale: la sostanza blocca il trasporto di ossigeno nel corpo dell’animale, che perde i sensi e viene raccolto a mani nude come un oggetto qualunque. Questa pratica altamente illegale non solo è estremamente violenta per l’animale. Il cianuro è un veleno altamente tossico e ad ampio spettro che uccide i polipi dei coralli circostanti e provoca la morte di enormi porzioni di barriera corallina. Inoltre, non essendo selettivo come veleno, provoca una vera e propria strage di specie marine. La stragrande maggioranza – tra l’80 e il 90% secondo le stime – non sopravvive nemmeno alle settimane successive alla cattura, uccisa lentamente da danni interni, irreversibili, al fegato e al sistema nervoso. Il controllo del mercato, del commercio, del divertimento, se così si può definire, è una pratica inaccettabile, perché distrugge la fauna marina e il suo ambiente, trasmettendo un messaggio deviato: quello secondo il quale la tortura di animali catturati e torturati è uno svago”.

“Si può veramente immaginare – dice Gian Marco Prampolini, presidente Leal – che questo tipo di spettacoli sia educativo? Soprattutto se si pensa a quanti bambini e giovani partecipano a questi eventi, nella completa incoscienza di come tutto questo nasca e di come gli animali sono trattati. È stato un momento emozionante infatti, quando i genitori dopo aver parlato con i figli, hanno deciso, insieme, di non entrare e di non contribuire, quindi, a questa tortura spacciata per divertimento.  Basta con le gabbie, che siano di metallo o di vetro. Basta con questo rapporto di violenza e dominanza umana che ci impedisce di avere un rapporto intraspecifico sano e rispettoso.
La Terra, il mare, il cielo non sono patrimonio esclusivo dell’essere umano, siamo in una casa condivisa, in cui ognuno ha il diritto di respirare e vivere in pace”.

Ai visitatori in fila, inoltre, è stato proposto di acquistare il biglietto per salire sul traghetto che partiva a pochi metri da loro, per avvistamento cetacei, dove avrebbero potuto ammirarli nel loro ambiente naturale e non rinchiusi e sedati in una vasca di cemento.
Il presidio si è chiuso con un intervento incisivo di Ugo Bettio e con una richiesta che gli organizzatori continuano a ripetere: che strutture come questa smettano di essere vetrine di sofferenza a pagamento, per diventare centri di cura e riabilitazione per gli animali marini feriti o in difficoltà.

LUPO UCCISO A MAREBBE, LEAL CONDANNA DECLASSAMENTO

LUPO UCCISO A MAREBBE, LEAL CONDANNA DECLASSAMENTO

“Il declassamento ha aperto la strada a questa barbarie”

Domenica 5 luglio, all’alba, il Corpo forestale della Provincia autonoma di Bolzano ha abbattuto un lupo nei pressi della Malga Fojedora, nel comune di Marebbe. Il decreto di uccisione lo aveva firmato il presidente Arno Kompatscher giovedì sera. Tre giorni di silenzio, poi l’esecuzione al mattino presto, in un weekend, quando i tribunali sono chiusi e i ricorsi diventano impossibili. Un metodo, pensato apposta per non lasciare il tempo di fermarlo. Il medesimo metodo già visto in Trentino, lo stesso che l’anno scorso ha portato alla morte di un altro lupo in Alto Adige, fucilato mentre un procedimento legale contro quella barbarie non si era ancora concluso.

Dietro il singolo abbattimento c’è un disegno più ampio, ed è quello che LEAL – Lega Antivivisezionista – condanna con la massima fermezza: il declassamento del lupo, ormai realtà giuridica tanto a livello europeo quanto a quello italiano.

Nel giugno 2025 l’Unione Europea, infatti, ha modificato lo status del lupo nella Direttiva Habitat, facendolo scendere da specie “rigorosamente protetta” a specie semplicemente “protetta”, spostandolo dall’allegato IV a quello meno vincolante. L’Italia ha accolto quella scelta con un decreto ministeriale il 21 gennaio 2026. Da allora convivono, nello stesso ordinamento, due norme in contraddizione tra loro: il declassamento appena recepito e la legge quadro sulla caccia, la 157 del 1992, che all’articolo 2 elenca ancora il lupo come prima tra le specie “particolarmente protette, anche sotto il profilo sanzionatorio”. Finché quella contraddizione resta aperta, la 157 continuerà a fare da argine.

Ma quell’argine ha già una data di scadenza. Il 23 giugno 2026 il Senato ha approvato la riforma della legge 157/92, il cosiddetto Ddl Caccia, che ora passa alla Camera. Tra le modifiche c’è esattamente quella che serviva a chiudere la contraddizione: l’espulsione del lupo dall’elenco delle specie particolarmente protette. Se il testo diventa legge, il declassamento europeo troverà applicazione piena anche nel diritto interno, e la strada verso piani di controllo e abbattimento locali, come quello appena eseguito a Marebbe, si farà definitivamente più larga.

Chi scrive questa riforma la chiama aggiornamento tecnico. Non lo è. È un cambio di filosofia che ridefinisce l’attività venatoria come strumento “utile alla conservazione e alla tutela della biodiversità”, e i cacciatori come “bioregolatori”. Ma il lupo non ha bisogno di essere regolato da chi lo caccia.

Perché il lupo è un bioregolatore naturale: contenendo gli ungulati selvatici, cinghiali, caprioli, cervi, mantiene in equilibrio la vegetazione e riduce danni all’agricoltura e incidenti stradali che quegli stessi ungulati, fuori controllo, provocano. È anche una specie ombrello: proteggendo il suo habitat protegge automaticamente decine di altre specie che condividono lo stesso territorio. E il suo ruolo innesca una cascata trofica che si propaga in tutto l’ecosistema: dove il lupo è tornato stabile, cambia la distribuzione degli erbivori, si rigenera la vegetazione lungo i corsi d’acqua, cambia perfino la fauna minore.

Rimuovere il predatore non risolve nulla. Sposta solo il problema più in basso nella catena, dove diventa più difficile da vedere e più costoso da correggere.

Nessuno nega che gli allevatori subiscano danni reali dalle predazioni. Tuttavia gli unici strumenti che la scienza riconosce efficaci sono quelli incruenti: recinzioni elettrificate, cani da guardiania, assistenza tecnica sul territorio. A Marebbe la domanda che nessuno a Bolzano vuole farsi è proprio questa: la malga era protetta con questi strumenti? Il fucile non riduce i danni. Riduce solo i lupi, e lascia intatto il conflitto, pronto a riaccendersi alla prossima predazione.

“Il lupo, – sostiene con forza Gian Marco Prampolini, Presidente LEAL – non è un nemico da abbattere per racimolare consenso tra le malghe, né una variabile da bioregolare a colpi di deroga. È una specie che l’Italia, dopo decenni di battaglie per farla tornare sulle Alpi e sugli Appennini, sta ora scegliendo di esporre di nuovo al fucile, con un declassamento normativo che la politica maschera da semplice aggiornamento tecnico. LEAL condanna questa scelta senza riserve e continuerà a batterla su ogni piano possibile.”

ARCHI E FRECCE PER ABBATTERE I CINGHIALI-LEAL DENUNCIA NUOVA E PERICOLOSA DERIVA

ARCHI E FRECCE PER ABBATTERE I CINGHIALI-LEAL DENUNCIA NUOVA E PERICOLOSA DERIVA

La Giunta provinciale di Trento ha approvato un provvedimento che introduce l’uso dell’arco per il “controllo” dei cinghiali, con parere favorevole dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Il progetto, promosso dall’assessore alle foreste, caccia e pesca Roberto Failoni, amplia gli orari di prelievo, coinvolge cacciatori abilitati e introduce il cosiddetto “controllo mirato”, anche in aree a densità zero e in deroga ai periodi venatori.

La narrazione istituzionale presenta l’arco come un’alternativa “silenziosa” alle armi da fuoco, utile a ridurre il disturbo acustico durante la stagione riproduttiva. Ma questa scelta, priva di basi scientifiche, espone animali, ecosistemi e cittadini a rischi gravissimi. L’uso dell’arco provoca ferimenti non immediatamente letali: dissanguamento, perforazioni, morte lenta. Un animale colpito può fuggire per chilometri, nascondersi in luoghi impervi dove diventa impossibile recuperarlo, soffrire per ore e diventare imprevedibile e aggressivo. In quelle ore di agonia, la sua paura diventa un rischio anche per escursionisti e residenti, mentre il sangue disperso può favorire la diffusione della peste suina africana. È un paradosso sanitario, un fallimento etico.

La sperimentazione ignora completamente l’impatto ecologico: animali feriti che muoiono lentamente alterano le dinamiche trofiche, attirano predatori e necrofagi, generano accumulo di carcasse nei boschi e potenziali focolai patogeni. Non viene considerato neppure il rischio di bracconaggio, facilitato dall’uso di strumenti non rilevabili acusticamente. Non esiste alcuna evidenza scientifica che dimostri che l’arco sia efficace nel contenimento dei danni agricoli o della Psa. Si introduce un metodo che aumenta il rischio di ferimenti, agonie e dispersione di sangue infetto, aggravando proprio il problema che si vorrebbe risolvere.

La Giunta provinciale di Trento ha approvato una sperimentazione che amplia orari, deroghe e possibilità di prelievo, presentandola come una soluzione “silenziosa”. In realtà normalizza metodi sempre più estremi, ignora l’impatto ecologico e facilita il bracconaggio. In un Paese già attraversato dal ddl caccia, questo provvedimento diventa un precedente gravissimo: trasforma la fauna in bersaglio, non in patrimonio da tutelare.

LEAL denuncia con fermezza questa pratica barbara e annuncia azioni legali in tutte le sedi competenti.

“Non permetteremo – afferma Gian Marco Prampolini, presidente Leal – che la sofferenza di un animale ferito diventi routine amministrativa. Chiediamo la sospensione immediata della sperimentazione e l’apertura di un tavolo tecnico basato su misure non cruente: prevenzione agricola, recinzioni elettrificate, gestione dei rifiuti, monitoraggio scientifico, piani di sterilizzazione”.

 

PONGO, IL GATTO UCCISO A COLPI DI ARMA DA FUOCO. LEAL DENUNCIA

PONGO, IL GATTO UCCISO A COLPI DI ARMA DA FUOCO. LEAL DENUNCIA

Ancora violenza: il gatto pongo ucciso barbaramente, era amato e accudito dal quartiere Trullo, a Roma

Gli animali vanno difesi e tutelati. Normalizzare questa deriva vuol dire uccidere lo stato di Diritto.
Ancora violenza. A Roma un gatto di nome Pongo è stato vilmente ucciso con un’arma a pallini. Pongo era un gatto di quartiere, il Trullo. Era accudito, amato, un animale inerme che ha subito, per l’ennesima volta, la violenza di un essere umano senza scrupoli, un vigliacco assassino. LEAL sempre dalla parte degli animali, sporge denuncia contro i responsabili.

Il gatto è stato trovato agonizzante in Via Cecina ed è stato subito portato in clinica, ma purtroppo le ferite erano troppo gravi, e il gatto non ce l’ha fatta, non è sopravvissuto.
Dal corpo sono stati estratti tre pallini, presumibilmente di un’arma ad aria compressa. Shock tra i residenti che non si spiegano un’azione tanto efferata. Sono azioni queste che lasciano un senso di impotenza e di rabbia, perché commesse nei confronti di esseri indifesi e, soprattutto, amati.
Ogni cittadino responsabile ha il dovere civico di difendere e proteggere i più deboli, in questo caso un amico del quartiere, quindi chi sa o ha visto qualcosa si faccia avanti.

Gli animali subiscono ogni giorno la violenza degli umani: torturati, maltrattati, sfruttati, uccisi, questo non è tollerabile.
Che società è una società dove gli animali non sono al sicuro? È una società dove il diritto all’esistenza è un miraggio e dove nessuno può sentirsi al sicuro. Una società di Diritto è un luogo dove ogni essere vivente ha il suo spazio, il luogo sacro dove non deve difendersi, ma può vivere in armonia con tutte le specie.
Violenza, soprusi, sfruttamento, bisogna combattere questo sistema di prevaricazione, è considerarlo per quello che è in realtà: una pericolosa devianza e un altrettanto pericoloso segnale predittivo.

Chi è capace di fare questo a un animale indifeso, è un essere senza scrupoli. “Siamo in una società dove il benessere animale è considerato qualcosa di residuale, dove il diritto all’esistenza è una eccezione e non la regola – dichiara Gian Marco Prampolini presidente della LEAL (Lega Antivivisezionista) – è ora che ogni individuo umano si prenda la responsabilità di difendere gli animali. Che la regola sia il benessere e non la violenza”.
Vivere in una società dove gli animali sono rispettati, amati e accuditi è necessario. Pongo è la vittima di una società sbagliata, dove gli animali, ancora, non sono considerati e dove è così facile maltrattarli e ucciderli. “Questo Sistema non è lo specchio di una società civile, dove sentirsi al sicuro – continua Gian Marco Prampolini – le norme per la tutela animale devono essere rispettate e soprattutto, i responsabili di tali nefandezze, devono essere puniti, com’è giusto che sia”.

Non è un caso isolato
La vicenda di Pongo non è purtroppo un episodio isolato. Pochi mesi fa, nell’ottobre 2025, un altro gatto, Zeus, era stato ucciso allo stesso identico modo, colpito da un fucile ad aria compressa, in un altro angolo della città. Due episodi che si assomigliano in modo inquietante e che raccontano di un fenomeno tutt’altro che marginale: quello della violenza gratuita contro gli animali di quartiere, spesso l’unica presenza affettuosa e costante nella vita di interi rioni.
In Italia si aprono in media oltre 21 procedimenti giudiziari al giorno per reati contro gli animali, con circa 15 persone indagate quotidianamente. Il reato più contestato resta il maltrattamento, che nel 2025 è cresciuto di quasi il 10% rispetto all’anno precedente. “Per Pongo ormai non si può fare più nulla – conclude Gian marco Prampolini – ma per ogni animale ucciso bisogna lottare, combattere, opporsi a questa deriva di violenza sino a quando, finalmente, i più fragili saranno al sicuro. Chiediamo giustizia per Pongo, senza sconti di pena. Per questo denunciamo alle autorità preposte questo delitto infame perché l’uccisione di un animale sia considerata un crimine da perseguire”. Il senso di comunità si esprime e manifesta anche in questo: nel non normalizzare la violenza e nel difendere i Diritti di ogni essere senziente