Un fondo per la transizione verso sistemi di allevamento senza gabbie: è la novità prevista da un emendamento inserito nella Legge di Bilancio 2026, approvata definitivamente dalla Camera.
L’istituzione del fondo “cage-free” non è solo una questione di budget ridotto, ma il riflesso di un sistema che fatica a scardinare la visione dell’animale come oggetto di profitto. LEAL sente l’urgenza di evidenziare come il “gradualismo” non sia una soluzione, ma una tecnica di conservazione del sistema.
L’eliminazione delle gabbie, se non accompagnata da una rivoluzione strutturale, rischia di trasformarsi in un paradosso crudele. Gli animali smettono di essere prigionieri in scatole di metallo per rimanere schiavi ammassati in capannoni sovraffollati e insalubri. Spostare un individuo da una gabbia di 600 cm² a un capannone dove ha lo stesso spazio vitale, ma è immerso nella sporcizia collettiva, non è progresso: è ottimizzazione dello sfruttamento. Senza gabbie, ma in luoghi degradati, gli animali vivono una vita di privazione sensoriale, costretti a respirare esalazioni di ammoniaca in spazi comuni dove la densità rende impossibile ogni comportamento naturale. L’animale resta un ingranaggio della catena produttiva; la sua “libertà” è concessa solo finché non intacca i margini di guadagno delle aziende.
La politica dei piccoli passi, come le cifre irrisorie stanziate rispetto al fabbisogno, deve lasciare spazio a una reale riflessione etica. Questo approccio si rivela dannoso: il “piccolo passo” agisce come un anestetico sociale, permettendo a politica, istituzioni e consumatori di sentirsi moralmente assolti (“qualcosa si sta facendo”), mentre l’agonia di milioni di esseri senzienti prosegue invariata.
Migliorare le condizioni di una vittima senza metterne in discussione lo status di “risorsa” serve a stabilizzare lo sfruttamento anziché abbatterlo. Per l’individuo che soffre in questo preciso istante, il tempo della politica non coincide con quello della vita: un piccolo passo per il legislatore è un’intera esistenza di tortura per l’animale.

foto Jo-Anne McArthur
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