
Le associazioni della coalizione nazionale che si oppongono alla PDL caccia, condannano fermamente la decisione della maggioranza parlamentare di calendarizzare in Aula, nel prossimo mese di novembre, la proposta di legge n. 2984, senza poter consentire alla Commissione Agricoltura della Camera di completare l’esame degli emendamenti.
Il 16 settembre, dopo la pausa estiva, sono ripresi i lavori, ma la calendarizzazione, appunto, rende impossibile un’analisi completa delle modifiche presentate. Questa è una scelta che mina profondamente il corretto funzionamento delle istituzioni, impedendo il confronto, sottraendo al percorso ordinario e trasparente, una riforma che necessita di massima attenzione e ascolto. Un milione di emendamenti presentati che non sono presi in considerazione. Gli emendamenti presentati non sono un dettaglio ma una chiara richiesta di democrazia. Vengono così ignorati un milione di emendamenti che rappresentano l’istanza, legittima, di partecipare al confronto, per poter capovolgere questo sistema politico d’interessi a spese degli animali e della natura.
Ma ripercorriamo tutte le fasi della proposta, dalla legge 1552 alla PDL 2984.
Il disegno di legge 1552, prima firma del senatore Lucio Malan (FdI) e sostenuto dal ministro Francesco Lollobrigida, riscrive la legge 157 del 1992: la norma che da oltre trent’anni disciplina in Italia la tutela della fauna selvatica e l’esercizio venatorio. Rinominato “legge Sparatutto”, il testo è stato approvato dal Senato il 23 giugno 2026, al termine di un iter in Commissione lungo, contraddittorio, segnato da retromarce e colpi di mano tra cui lo stralcio, dopo le proteste di esperti e attivisti, della norma sulla caccia allo stambecco, simbolo delle Alpi italiane e specie protetta.
Il testo è passato alla Camera dei Deputati, dove ha assunto il nuovo numero PDL 2984, per l’esame e il voto definitivo.
Non è un semplice aggiornamento: è un cambio d’impianto. La legge del 1992 nasceva per proteggere la fauna selvatica, tollerando la caccia come deroga circoscritta. Il nuovo testo capovolge la prospettiva: introduce il concetto di “gestione” della fauna accanto a quello di tutela, e ridefinisce la caccia come attività che “concorre alla tutela della biodiversità e dell’ecosistema”. Il cacciatore, nel linguaggio della riforma, non è più lo “sportivo” che uccide per diletto: diventa un “bioregolatore”.
Il cacciatore come bioregolatore è un capovolgimento totale di ciò che il cacciatore, in natura, rappresenta. Il ruolo del cacciatore è quello di gestire la fauna con le armi, la caccia che contribuisce a regolare la biodiversità è l’ennesima forzatura, l’ennesimo inganno. L’ampliamento delle aree protette sottopone la fauna a un danno irreversibile, un tempo dilatato per gestire gli spazi. Ma se ciò non bastasse, in Italia si ospiteranno anche cacciatori dall’estero, quindi la pressione venatoria sarà sempre più grave. La natura è vista come un comparto economico, un settore da sviluppare, incrementare, a spese della fauna, a spese della natura, già compromessa dalla crisi climatica, dagli incendi, dall’urbanizzazione. Perché la fauna non è un bene da proteggere, ma un bene da sfruttare, sempre per motivi economici. Questo assunto, fuori da ogni logica di salvaguardia è la nuova visione politica ed economica del “comparto natura”. La caccia non può e non deve essere vista come la salvezza dell’ambiente. Uccidere, sfruttare, distruggere, questo quello che il PDL promette.

Più specie cacciabili, anche protette. Il lupo esce dall’elenco delle specie particolarmente protette e rientra tra quelle cacciabili in selezione. Tornano cacciabili l’oca selvatica e il piccione.
Più territorio aperto alle armi. La caccia si estende al demanio marittimo, quindi anche alle spiagge, e ai boschi e terreni forestali demaniali, oltre alle praterie d’alta quota. Cadono i vincoli che oggi proteggono i valichi montani lungo le rotte di migrazione. I proprietari di fondi privati non potranno più vietare l’accesso ai cacciatori per motivi esclusivamente etici.
Calendari venatori più lunghi. Salta il limite del 10 febbraio che protegge l’avvio della migrazione prenuziale: le Regioni potranno prolungare la stagione anche oltre, sovrapponendosi alle fasi di nidificazione. Si potrà sparare anche dopo il tramonto.
Più richiami vivi. Il tetto per cacciatore, oggi fissato a 40 uccelli, viene di fatto smontato: si introduce un limite di dieci capi da cattura per specie fino a un massimo di quaranta, ma per gli esemplari allevati in cattività il numero diventa potenzialmente illimitato.
Tecnologie da guerra per la caccia di selezione. Visori termici, intensificatori di luce, telemetri e ottiche evolute entrano nella strumentazione ammessa per la caccia agli ungulati.
La scienza messa a margine. Il parere dell’ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, da vincolante diventa consultivo. Le Regioni potranno discostarsene appoggiandosi al Comitato tecnico faunistico-venatorio, dove siedono anche le rappresentanze dei cacciatori: chi dovrebbe misurare se un prelievo è sostenibile finisce a deciderlo insieme a chi quel prelievo lo pratica.
Come si può considerare la caccia il metodo per regolare e salvaguardare le specie selvatiche? La fauna selvatica, patrimonio indisponibile dello Stato, che andrebbe tutelato e protetto, risponde alle logiche politiche ed economiche, senza considerare il fattore tutela e conservazione.

I dati ISPRA, dicono che il 28% dei vertebrati italiani valutati è a rischio estinzione e il 26% degli uccelli nidificanti è minacciato. Tra il 2017 e il 2023 sono stati abbattuti oltre 32 milioni di uccelli cacciabili. Aumentare il prelievo mentre la biodiversità arretra significa accelerare un crollo già in corso, non certo definibile “gestione”.
Nel frattempo i cacciatori sono in netto calo: da 738.000 nella stagione 2016-17 a 155.496 oggi, appena l’1% della popolazione italiana. Negli ultimi vent’anni la caccia ha fatto circa 1.937 vittime, tra cacciatori e non. Sul piano economico, il conto rischia di essere salato: una procedura d’infrazione UE potrebbe costare circa 20 milioni di euro per soli sei mesi di ritardo, a fronte dei 15 milioni di euro di danni all’agricoltura che la riforma dichiara di voler risarcire.
A questo si aggiunge il rischio incidenti che ogni stagione venatoria porta con sé: feriti e morti, tra cacciatori e tra chi cacciatore non è passanti, escursionisti, animali domestici colpiti per errore.
Ampliare gli spazi di caccia a spiagge, sentieri e aree finora precluse significa aumentare l’esposizione di chi quei luoghi li frequenta senza un fucile in mano.
Sul piano giuridico, la riforma rischia di scontrarsi con l’articolo 9 della Costituzione, che dal 2022 include la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi tra i principi fondamentali della Repubblica, anche nell’interesse delle generazioni future.
La Pdl rischia di scontrarsi anche con il diritto europeo: la Commissione UE ha già contestato per iscritto l’estensione dei calendari venatori oltre il 10 febbraio e il declassamento del parere ISPRA come violazioni della Direttiva Uccelli, mentre sui richiami vivi l’Italia è già sotto procedura EU Pilot dal 2023. Non sarebbe un caso isolato: l’Italia ha una lunga storia di infrazioni legate alla caccia. Nel 2009 la Corte di Giustizia UE l’ha condannata per deroghe illegittime sulla caccia ai piccoli uccelli; nel 2010 una seconda condanna, perché normative regionali avevano trasformato le deroghe misure eccezionali per definizione in caccia abituale a specie protette; nel 2014 è stata avviata una procedura per l’uso illegale di richiami vivi, e un’altra nel 2015 per caccia durante periodi vietati. Negli ultimi vent’anni l’Italia ha ricevuto oltre venti lettere da Bruxelles, tutte legate a violazioni che il DDL 1552 rischia di riproporre e amplificare.
Ma il modo in cui questa contestazione è stata gestita è veramente inaccettabile: una lettera della Commissione europea che segnalava possibili violazioni della normativa ambientale è stata tenuta nascosta dal governo durante i lavori parlamentari, scatenando la reazione durissima delle opposizioni. Il ministro Lollobrigida ha liquidato la questione definendo i funzionari UE “burocrati”, invece di rispondere nel merito alle violazioni segnalate.
Quello che dicono gli italiani
I sondaggi commissionati da Fondazione Capellino a Ipsos e Istituto Piepoli restituiscono un quadro netto.
Per Ipsos il 61% degli italiani è contrario al DDL 1552; per Piepoli il consenso al testo si ferma al 24%. Una larga maggioranza, tra l’85% e l’81% a seconda dell’istituto, ritiene che la caccia comporti rischi concreti per la sicurezza delle persone. Il 78% la giudica eticamente inaccettabile per la sofferenza inflitta agli animali. Il 71% ritiene che non dovrebbe mai essere consentita sulle specie protette. E secondo Piepoli il 94% degli italiani la vorrebbe vedere abolita, fortemente limitata, o quantomeno non ampliata rispetto a oggi.
LEAL, Lega Antivivisezionista, è in campo come lo è sempre stata: a denunciare, a documentare, a non cedere di un millimetro. Insieme ad altre 57 associazioni ambientaliste e animaliste ha scritto una lettera formale alle istituzioni per chiedere che il testo venga esaminato anche dalla Commissione Ambiente della Camera, e non solo da quella Agricoltura: un passaggio che permetterebbe una valutazione più approfondita dell’impatto ambientale della riforma.
“Il PDL 2984 non è una riforma: è una resa – dichiara Gian Marco Prampolini, Presidente nazionale della LEAL – l’85% degli italiani ha già espresso il suo parere, continuare a negare o ignorare una così ampia parte di cittadini, non è solo un affronto alla democrazia, ma lo è anche nei confronti della natura già troppo sfruttata, agli animali selvatici che stanno per vivere il periodo peggiore della loro esistenza. LEAL non ha intenzione di fermarsi, per combattere una battaglia giusta e virtuosa per la natura e gli animali che la abitano”.
“Difendere gli animali è il nostro motore ormai da cinquant’anni, continueremo a lottare per i diritti di tutti, nessuno escluso”, Conclude il presidente Prampolini
Si ricorda, inoltre, ciò che LEAL ha elaborato una serie di proposte di emendamento tecnico-giuridiche al testo:
il mantenimento della protezione della fauna selvatica come finalità prioritaria della legge, prima della sua “gestione”;
l’abolizione dei richiami vivi e dei tetti oggi ancora previsti per la loro cattura e detenzione;
la conferma delle attuali percentuali di territorio sottratte alla caccia, e la tutela del diritto dei proprietari di vietare l’accesso ai cacciatori sui propri fondi;
il divieto assoluto di visori notturni, intensificatori di luce e altra strumentazione optoelettronica nell’attività venatoria;
il ripristino del carattere vincolante del parere dell’ISPRA sui calendari venatori;
l’esclusione dei cacciatori privati dai piani pubblici di contenimento faunistico, oggi trasformati in una forma indiretta e prolungata di attività venatoria;
il divieto di caccia sui terreni innevati e la tutela rigorosa dei valichi montani lungo le rotte migratorie.
A questo punto non ci si ferma, ma si continua la giusta battaglia per la vita, per la tutela del patrimonio faunistico, per una coabitazione pacifica, e per sovvertire questa visione della natura come un bene da sfruttare e non da difendere.






