
LEAL, Lega Antivivisezionista, segue da anni il modo in cui i gesti pubblici delle celebrità finiscono per orientare il mercato degli animali, vivi o morti che siano. La dimostrazione più recente e più clamorosa di questi giorni è legata al caso di Erling Haaland. Dopo l’eliminazione dai Mondiali contro l’Inghilterra, il calciatore è tornato a Oslo con un bagaglio ancora più pesante di una sconfitta: un procione imbalsamato, comprato per 750 dollari al Wild Bill’s Western Store di Dallas, ritratto mentre stringe tra le zampe una bottiglia di whisky. Lo ha mostrato ai suoi milioni di follower con una battuta, “mi ha seguito fino a casa”.
Un animale morto come status symbol- quali pericoli
Un aneddoto da fine torneo? No. Il fatto è assai più grave. I gestori dello store riferiscono che il “pezzo” comprato da Haaland era rimasto invenduto per anni (insieme a un paio di scoiattoli imbalsamati con una birra in mano). Bastano poche ore di esposizione social perché quell’oggetto dimenticato diventi introvabile: migliaia di ordini in tutto il mondo, un terzo dall’estero, il negozio costretto ad attivare le spedizioni internazionali e a stampare magliette con la faccia del procione morto.
Questo è il punto che LEAL vuole mettere nero su bianco: i gesti delle celebrità raramente restano isolati. Attivano meccanismi psicologici assai precisi. Il possesso di un animale tassidermizzato attiva nel cervello le stesse dinamiche del collezionismo, basate sulla ricerca di novità, sulla sensazione di completezza e sul breve picco di gratificazione che accompagna l’acquisto. Questa gratificazione svanisce rapidamente e spinge il consumatore a cercare un nuovo stimolo, non ripetendo la stessa specie ma orientandosi verso qualcosa di diverso, più particolare, più esclusivo. In questo modo il desiderio si sposta progressivamente dalle specie comuni a quelle esotiche e poi a quelle rare. Nel mondo dei collezionisti il valore di un oggetto dipende dalla sua esclusività. Quando una specie diventa comune perde la capacità di rappresentare uno status e chi vuole distinguersi è portato a cercare animali sempre più insoliti, difficili da reperire o addirittura protetti. Questo meccanismo alimenta la domanda di rarità e contribuisce a espandere il mercato illegale, con conseguenze dirette sul bracconaggio e sulla mortalità della fauna selvatica. Quando una celebrità mostra un animale imbalsamato il gesto attiva i neuroni specchio del pubblico e rende socialmente accettabile la mercificazione dell’animale. L’esposizione ripetuta desensibilizza e abbassa la soglia etica, creando un mercato cumulativo in cui il desiderio si amplia e si diversifica, spingendo i consumatori verso specie sempre più rare. Il risultato è una spirale che parte da animali comuni e arriva a quelli esotici e protetti, con un impatto crescente sulla fauna a livello globale.
“Il pericolo di queste azioni eclatanti è molto subdolo – sostiene Gian Marco Prampolini, presidente LEAL – il messaggio trasmesso da un personaggio pubblico ha un impatto enorme, in questo caso devastante per il benessere animale. L’animale è visto come oggetto, trofeo da mostrare e non essere senziente da rispettare.”
Legale a Oslo, reato in Italia
Sul piano formale, in Texas la vendita è pulita: il procione rientra nella categoria dei fur-bearing animals e non tra la fauna da caccia protetta, quindi può essere catturato e imbalsamato con licenza e rivenduto senza limiti. Anche in Norvegia è ammesso il possesso di esemplari imbalsamati, mentre resta vietato importare animali vivi. La ragione è da ricercarsi nella protezione dell’ecosistema locale dalle specie aliene.
In Italia lo stesso identico oggetto sarebbe fuori legge. Il procione è inserito nella lista europea delle specie esotiche invasive: l’Unione Europea vieta la sua introduzione, il suo commercio e la sua detenzione sul territorio comunitario. Inoltre, tornando alla tassidermia, per far entrare legalmente un esemplare imbalsamato da un paese extra UE servirebbero sdoganamento, certificato veterinario che attesti la sanificazione del pezzo e verifica che non riguardi specie protette dalla CITES. Nessun privato può detenere un animale del genere senza autorizzazione regionale. Il souvenir di Haaland, portato oltre confine così com’è, configurerebbe un’introduzione illecita di specie vietata.
Il vero prezzo, quello che non si vede sullo scontrino
Dietro l’ironia dei social c’è un mercato che LEAL conosce bene e che purtroppo non ha nulla di innocuo. Interpol e le Nazioni Unite (UNODC) inquadrano il traffico illegale di fauna selvatica al quarto posto tra i mercati neri mondiali, con un giro d’affari stimato tra 7 e 23 miliardi di dollari l’anno. Una parte consistente arriva proprio dalla domanda di trofei e animali imbalsamati, specie protette uccise fuori stagione, con trappole a morsa vietate perché infliggono sofferenze prolungate, dentro parchi nazionali dove la caccia non è permessa. In Italia, i Carabinieri Forestali sequestrano ogni anno parecchi esemplari senza tracciabilità. Sovente sono uccelli migratori protetti o mammiferi rari, abbattuti altrove e fatti entrare clandestinamente per essere venduti sottobanco.
Come funziona? La domanda esplode, i negozi restano senza scorte, il prezzo che i tassidermisti sono disposti a pagare per un corpo intatto sale, e a quel punto conviene a qualcuno smarcarsi dalle regole. Spesso il paravento – per far passare un esemplare cacciato di frodo – è rappresentato da un animale trovato morto per strada o abbattuto legalmente altrove.
“Il controllo sulla caccia di frodo e la tutela della fauna selvatica deve essere un assunto prioritario per tutti, non solo per Leal – continua Gian Marco Prampolini – questi gesti devono essere visti come un pericolo e non un esempio da seguire. Non c’è niente di bello in un animale ucciso e imbalsamato. Mostrare la crudeltà come uno Status è deviante e inaccettabile. Una società civile condanna queste azioni non le emula.”
La morte messa in vetrina
LEAL lo ripete da tempo e lo ripete oggi guardando un calciatore che scende da un aereo con un cadavere impagliato tra le braccia: la tassidermia commerciale di souvenir è merce, non è arte. Trasformare un essere vivente in un oggetto usa e getta da vetrina, normalizzandolo come gesto simpatico, originale, da vera star, equivale a standardizzare l’idea che un animale possa essere ucciso solo per fare bella figura su uno scaffale o su un profilo Instagram.
Il procione del calciatore norvegese ha già fatto parecchi danni. Riempiendo di ordini un negozio che tentava di smerciare quell’articolo da anni, senza successo, ha fatto diventare “di moda” un cadavere. Ha acceso – in tutto il mondo – lo stesso identico meccanismo che alimenta il bracconaggio: più la richiesta cresce, più qualcuno sarà disposto a uccidere per soddisfarla.
Il prossimo souvenir dovrà essere raro per continuare a fare notizia.






