LA LEGGE VIETA LA CACCIA PER DIECI ANNI NEI BOSCHI INCENDIATI

6 Ago, 2026

Dalla rigorosa applicazione della Legge 353/2000 alla mobilitazione delle comunità locali: perché la custodia della biodiversità richiede l’impegno vigile di tutti i cittadini

Ogni estate e durante le stagioni più siccitose, il patrimonio boschivo e naturale italiano viene gravemente ferito da incendi devastanti. I recenti ed ennesimi episodi di roghi che hanno colpito vaste aree del nostro Paese, come le centinaia di ettari andate a fuoco recentemente in Piemonte, distruggendo centinaia di migliaia di alberi, rappresentano una ferita profonda per la biodiversità, l’equilibrio idrogeologico e la sicurezza della collettività. 
Per evitare speculazioni e tutelare la biodiversità la legge 353/2000 vieta la caccia e il pascolo “per dieci anni, limitatamente ai soprassuoli delle zone boscate percorsi dal fuoco”. Questa norma è di importanza capitale per tutelare la fauna che sopravvive alla devastazione del suo habitat a causa del fuoco. Per questo è particolarmente importante che tutti tengano gli occhi aperti e segnalino tempestivamente qualsiasi forma di caccia che vedano nei boschi colpiti dagli incendi. Tutti insieme abbiamo il dovere di proteggere i sopravvissuti già martoriati, tutti insieme possiamo essere gli occhi e i custodi di una legge che non può coprire il controllo di aree così vaste.

Anche il 2026 conferma una tendenza preoccupante per gli incendi boschivi in Italia.  In tutte queste aree la caccia è vietata per 10 anni dall’ultimo incendio propagato. 

Ecco le regioni e le province più note , dove prestare attenzione alla presenza di cacciatori in azione e fare immediata segnalazione alle forze dell’ordine.

Le 11 regioni più colpite da incendi  incendi boschivi nel 2026 (dati parziali):

Sicilia – la più colpita (≈510 km² bruciati)

Calabria – ≈78 km² bruciati; oltre 160 incendi in un solo giorno

Puglia – ≈48 km² bruciati

Campania – tra le regioni più colpite

Sardegna – incendi significativi (Gallura, Monti Russu)

Basilicata – tra le regioni più colpite

Piemonte – 355 ettari bruciati; incendi anche in aree alpine

Liguria – 386 ettari bruciati

Toscana – 623 ettari bruciati solo a maggio (Lucca); incendi diffusi

Lazio – tra le regioni più colpite

Parco Nazionale del Gran Paradiso (Piemonte/Valle d’Aosta) – incendi documentati (Alta Valle Soana)
(Valle d’Aosta non è citata come regione autonoma nei report generali, ma compare indirettamente tramite gli incendi nel parco.) A queste occorre aggiungere le regioni interessate nel 2025 da grandi incendi boschivi, che sono presenti in 17 regioni su 20. Le uniche regioni che non registrano grandi incendi boschivi risultano essere il Friuli-Venezia Giulia, le Marche e il Veneto.

Queste sono invece le province colpite da incendi boschivi, tra il 2024 e il 2025, dove la legge vieta la  caccia per 10 anni dall’incendio:

Cosenza, Enna, Caltanissetta
Salerno, Reggio di Calabria
Foggia, ,Agrigento, Catania
Napoli, Caserta
Sud Sardegna, Vibo Valentia
Latina, Nuoro, Potenza
Palermo, Sassari, Taranto
Frosinone, Catanzaro, Benevento
Matera, Cuneo, Bolzano
Ragusa, Trapani, Crotone
Avellino, Messina, Oristano
L’Aquila
Barletta‑Andria‑Trani
Lecce, Udine
Roma, Siracusa
Viterbo, Perugia

Mappa fonte ISPRA

I  dati di un disastro che si ripete ogni anno
Secondo i dati del Burnt Areas database di EFFIS, il sistema europeo di monitoraggio satellitare, tra il 1° gennaio e l’8 luglio 2026 sono già bruciati 12.590 ettari di superficie, il 26% in più della media registrata nello stesso periodo tra il 2006 e il 2025, con 112 incendi boschivi rilevati contro una media storica di 65. Il segnale più netto è arrivato dalla settimana del 6 maggio 2026, quando sono bruciati in un solo giorno 820 ettari in Italia: il valore più alto mai registrato per quella settimana dal 2006 a oggi, contro un massimo storico di 321 ettari. Cosenza ed Enna sono le provincie che hanno le zone più vaste interessate da incendi, pochi gli incendi ma nella media molto più distruttivi. Un incremento significativo anche nelle regioni della Basilicata, Calabria e Puglia.

In particolare Leal ha sporto denuncia contro ignoti in seguito ai gravissimi incendi che hanno interessato, in Calabria, vaste zone del Parco nazionale del Pollino, Squillace Lido, Acri, Cassano allo Ionio e Sant’Eufemia di Lamezia terme e nei quali sono stati utilizzate esche vive, gatti in particolare, per propagare le fiamme. Una pratica evidentemente dolosa e che aggrava di tanto il fenomeno: crudeltà verso gli animali e verso l’ambiente.

Il punto di riferimento, per capire l’entità e la gravità del fenomeno di quest’anno, resta il rapporto ISPRA sugli incendi boschivi 2025, l’ultimo anno censito integralmente: nel 2025 sono stati percorsi da incendio 965 km² di superficie in Italia, quasi il doppio rispetto al 2024, il quinto valore più alto dal 2006, superato solo dal 2007, dal 2017, dal 2021 e dal 2023. Sicilia, Calabria e Campania insieme rappresentano il 71% di tutta la superficie forestale bruciata in Italia nel 2025, con la Sicilia che guida la classifica per il quarto anno consecutivo, con oltre 500 km² di superficie complessiva percorsa dal fuoco; oltre il 30% della superficie totale bruciata, e il 38% di quella forestale, ricade dentro parchi e riserve naturali. Si conferma comunque il Mezzogiorno e le isole maggiori come le aree più colpite dagli incendi. Anche se vediamo regioni come Lazio e Abruzzo e il nord, colpiti dalla furia del fuoco, il fenomeno è contenuto, considerando l’entità degli incendi nelle regioni del sud e delle isole. Ma dietro l’anticipo climatico della stagione, c’è un fattore che il satellite non vede: le cause principali sono antropiche, e il clima agevola solamente la propagazione dell’incendio. Il report ISPRA stima che in Italia le cause naturali, fulmini, autocombustione, valgano circa l’1% degli incendi, contro il 4% della media europea; tutto il resto ha origine antropica, tra comportamenti colposi e roghi dolosi.

Il quadro normativo: la Legge 353/2000

Oltre all’emergenza immediata dello spegnimento, si apre tuttavia una fase decisiva e spesso trascurata: la protezione del territorio ferito nei tempi successivi al disastro.
Per evitare che gli incendi possano diventare strumento di speculazione o di alterazione dell’uso del suolo, il legislatore italiano ha introdotto uno strumento fondamentale: la Legge 21 novembre 2000, n. 353 (“Legge-quadro in materia di incendi boschivi”), dove si specifica un perimetro ad ampio spettro per la definizione di incendio boschivo, intendendo con esso qualsiasi “fuoco con suscettività a espandersi su aree boscate, cespugliate o arborate, comprese eventuali strutture e infrastrutture antropizzate poste all’interno delle predette aree, oppure su terreni coltivati o incolti e pascoli limitrofi a dette aree”.
L’obiettivo di tale norma è duplice: da un lato, rimuovere qualsiasi potenziale incentivo di natura venatoria o agro-pastorale al verificarsi dell’incendio; dall’altro garantire un decennio di assoluta tranquillità ed eremitaggio ecologico ai terreni colpiti. Un bosco bruciato ha bisogno di tempo per rigenerarsi e la fauna selvatica superstite, già̀ molto stressata e privata del proprio habitat, non può subire l’ulteriore pressione dell’attività venatoria.

“Sono altresì vietati per dieci anni, limitatamente ai soprassuoli delle zone boscate percorsi dal fuoco, il pascolo e la caccia.”

Quanto sia importante tutelare la biodiversità con questo arco di tempo è ovvio: un incendio provoca una frattura importante e lunga da recuperare non solo nella vegetazione, ma anche nella fauna selvatica che del bosco ha fatto la sua casa, una casa che non è più lì a proteggere, è un deserto arido e insidioso, dove cacciare diventa persino più facile. È fondamentale quindi capire il tempo fisiologico, per poter ristabilire un eco sistema che possa restituire alle specie minacciate da questo evento traumatico, un luogo e un periodo di cura e attenzione.

Il ruolo delle istituzioni
È indispensabile che le Amministrazioni regionali, i Comuni e gli Enti parco di tutta la Penisola provvedano tempestivamente ad aggiornare il Catasto degli Incendi, perimetrando con precisione satellitare e catastale le aree percorse dal fuoco. Inoltre è necessario apporre un’adeguata ed esplicita tabellazione sul campo: segnalare, cioè, sul perimetro dei terreni bruciati il divieto assoluto di caccia e pascolo ai sensi della L. 353/2000, azzerando ogni possibile equivoco o scusa legata alla presunta non conoscenza dello stato dei luoghi.
Infine è tassativo garantire controlli sistematici: coordinare i Corpi Forestali regionali, i Carabinieri Forestali e le Polizie Locali per monitorare costantemente le zone interdette.

Il ruolo dei cittadini
I controlli istituzionali, per quanto rigorosi, incontrano inevitabilmente limiti di organico e di estensione territoriale rispetto all’immensità del patrimonio forestale italiano. È qui che s’inserisce l’elemento cruciale per la reale tutela dell’ambiente: il coinvolgimento diretto e la vigilanza di tutta la cittadinanza. Gli incendi non si fermano con le sole autobotti, né i divieti si rispettano con la sola presenza delle forze dell’ordine. La difesa del territorio richiede una comunità educata, attenta e reattiva. Ogni cittadino, escursionista, residente o frequentatore della natura deve sentirsi parte integrante del sistema di custodia del bene comune.

La vigilanza cittadina sul territorio si esercita segnalando i roghi e i fumi componendo immediatamente il numero unico di emergenza (112) o il 1515 in presenza di qualsiasi colonna di fumo.
Occorre inoltre monitorare qualsiasi violazione della legge dopo l’incendio e dunque segnalare alle autorità competenti eventuali presenze di cacciatori o mandrie al pascolo all’interno di aree percorse dal fuoco nei dieci anni precedenti.
I cittadini possono richiedere trasparenza ai Comuni: sollecitandoli affinché pubblichino e aggiornino regolarmente i Catasti degli Incendi Boschivi, rendendoli consultabili a tutti.
Infine, è necessario diffondere la cultura della legalità ambientale, scoraggiando comportamenti a rischio (come l’uso di fuochi o l’abbandono di rifiuti) e denunciando qualsiasi attività sospetta.

La rinascita di un bosco bruciato è un processo lento che dura decenni. Proteggere queste aree dall’intrusione umana scorretta e dall’attività venatoria significa difendere il futuro ecologico di tutti noi. Transitare da un ruolo di spettatori passivi ad attori vigili e consapevoli è l’unico vero antidoto alla distruzione del nostro patrimonio naturale. Solo affiancando alla forza della legge la forza della vigilanza popolare potrà garantire che dal nero della cenere torni davvero a germogliare la vita.
 

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