Scorrendo i social network è facile imbattersi in video di animali che a molti sembrano divertenti, teneri o perfino commoventi. Cuccioli salvati all’ultimo momento, scimmiette vestite da bambini, animali “educati” come piccoli umani.
Ma dietro questa facciata si nasconde spesso una realtà molto diversa: un sistema che sfrutta la sofferenza animale per ottenere visualizzazioni, donazioni e ricavi pubblicitari.
Il web è diventato uno sconfinato palcoscenico dove la violenza può trasformarsi in intrattenimento virale. Ciò che appare come una storia a lieto fine è, in molti casi, il risultato di abusi deliberatamente pianificati.
Negli ultimi anni diverse inchieste giornalistiche hanno rivelato l’esistenza di reti criminali dedicate alla produzione di video di torture sugli animali. Un’indagine della BBC ha portato alla luce una comunità internazionale di utenti che pagavano esecutori, soprattutto in paesi asiatici, per filmare abusi su cuccioli di macaco dalla coda lunga. I clienti commissionavano le torture attraverso gruppi privati, con richieste sempre più estreme.
In questi circuiti clandestini la crudeltà diventa un servizio su richiesta: gli animali vengono picchiati, mutilati o uccisi davanti alla telecamera e i video vengono poi diffusi online per generare traffico e visibilità.
Accanto alla violenza esplicita esiste una forma di abuso più difficile da individuare: i cosiddetti “fake rescue”.
In questi video un animale viene mostrato in una situazione disperata, intrappolato, ferito o minacciato, e pochi secondi dopo compare qualcuno che lo “salva”. Sempre più spesso, però, quel pericolo è stato creato apposta. Terminato il video, l’animale viene abbandonato al proprio destino.
Molti di questi contenuti vengono girati in contesti rurali e costruiti per diventare virali. Le visualizzazioni si trasformano in denaro attraverso pubblicità, programmi di monetizzazione e donazioni degli utenti. Questo meccanismo crea un incentivo diretto: più traffico significa più guadagni, e quindi più video.
Non tutta la crudeltà è immediatamente visibile. Una delle tendenze più diffuse su YouTube, TikTok e Facebook riguarda le scimmie domesticate, soprattutto macachi, trasformati in piccoli personaggi umani: vestiti, fatti mangiare con le posate, costretti a comportamenti innaturali.
Dietro queste immagini “adorabili” si nascondono spesso separazione precoce dalla madre, isolamento e addestramento coercitivo. I macachi sono animali altamente sociali: privarli del loro ambiente naturale provoca stress cronico e gravi disturbi comportamentali.
Negli ultimi anni ha suscitato forte preoccupazione anche la diffusione di video in cui gatti randagi o domestici vengono torturati per divertimento o per profitto. Questi contenuti circolano in forum privati, piattaforme criptate e social network.
In risposta è nato un collettivo internazionale di attivisti, Feline Guardians Without Borders, che monitora le comunità online, analizza i video per identificare i responsabili e collabora con volontari locali per salvare gli animali coinvolti. In alcuni casi è riuscito a contribuire all’identificazione e alla denuncia degli autori.
Il loro lavoro dimostra che la rete può essere usata non solo per diffondere violenza, ma anche per contrastarla.
Un ruolo centrale lo hanno le piattaforme digitali. Gli algoritmi di raccomandazione, progettati per massimizzare il tempo di permanenza degli utenti, possono finire per amplificare anche contenuti problematici. Basta un clic su un video apparentemente innocuo perché vengano suggeriti contenuti sempre più disturbanti.
Nonostante le difficoltà nella moderazione, tutte le principali piattaforme prevedono strumenti per segnalare contenuti che mostrano crudeltà sugli animali.
Ogni utente può utilizzare le funzioni di segnalazione per indicare video sospetti o violenti. Segnalazioni multiple aiutano a individuare più rapidamente i contenuti problematici e, nei casi più gravi, possono portare alla rimozione del video o alla chiusura del canale.
Allo stesso tempo è fondamentale non commentare né condividere questi contenuti: ogni interazione ne aumenta la diffusione e il valore economico.
Per un’associazione come LEAL, la tutela degli animali passa oggi anche dalla consapevolezza digitale.
Quando un contenuto mostra o suggerisce sofferenza animale, il gesto più responsabile non è condividerlo per indignarsi, ma fermarlo.
Non commentare. Non diffondere. Segnalare.
In un mondo in cui l’attenzione è moneta, anche lo sguardo dello spettatore ha un peso. Scegliere di non alimentare questi contenuti significa sottrarre valore a un sistema che trasforma la sofferenza degli animali in intrattenimento.

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