Un pony, un lupo, nessuna autopsia: il caso Dolly e i dati mai raccolti.
Il 1° settembre 2022 la pony Dolly, 30 anni, viene trovata morta in un recinto a Beverungen, in Bassa Sassonia. Tre mesi dopo il DNA identifica un lupo, GW950m. Il caso è archiviato come “predazione confermata”. Manca però un passaggio, e non è un dettaglio: nessuno ha mai eseguito una necroscopia. Nessun esame interno delle ferite, nessuna verifica di emorragia sotto la pelle.
I lupi cacciano, ma sono anche necrofagi, e la carne di cavallo la apprezzano parecchio. Il problema è che i segni esterni non distinguono le due cose: morsi, lacerazioni, DNA sono identici sia che il lupo abbia ucciso l’animale, sia che l’abbia solo trovato già morto. Per capire quale dei due scenari sia accaduto serve guardare dentro il cadavere, cercare emorragia sotto la pelle (segno che il cuore batteva ancora al momento dell’attacco) o la sua assenza, che indica il contrario.
Su Dolly, quell’esame non è mai stato fatto.
Carter Niemeyer biologo della fauna selvatica, lo dice con l’autorità di chi ha coordinato per anni il recupero del lupo nelle Montagne Rocciose per il Fish and Wildlife Service: in quarant’anni non ha mai documentato un solo caso di cavallo ucciso da un lupo. È un evento rarissimo: i cavalli sanno difendersi.
“Molte ferite apparenti sui cavalli derivano in realtà da incidenti (collisioni con recinzioni, oggetti appuntiti, filo spinato) e non da attacchi di predatori, e che anche questi incidenti producono emorragia, per questo è necessario valutare tipo e posizione della ferita. I predatori devono lavorare duramente per uccidere prede grandi come un cavallo, un cervo, un alce, un uapiti o un bisonte. Quando c’è una vera predazione, c’è quello che io chiamo l’effetto gelatina d’uva o gelatina di fragola, tessuto contuso e schiacciato sotto la pelle dove le potenti mascelle del predatore hanno schiacciato la carne causando un sanguinamento e una lesione estesi. Questa è la base di ciò che cerco.”
La coppia di veterinari Karen Bruhn Balch e Olin K. Balch, hanno analizzato le fotografie del caso. Testa, collo e zampe non presentano ferite evidenti. C’è invece una vasta pozza di materiale fecale liquido dietro il cavallo. Per loro il quadro somiglia più a una colica (causa di morte comune nei cavalli anziani) seguita da necrofagia del lupo, che a un attacco. Ma la conclusione è la stessa di Niemeyer: senza necroscopia, non si può stabilirlo con certezza.
Adam Weymouth, giornalista freelance dell’Observer ha portato il caso all’attenzione pubblica con un’inchiesta pubblicata a giugno. Dolly era di proprietà di Ursula von der Leyen, e la notizia della sua morte fa il giro del mondo in 24 ore. Nel 2022 il Consiglio Europeo aveva giudicato scientificamente ingiustificato abbassare le tutele del lupo. Nel 2023, pochi mesi dopo la morte di Dolly, la Vonon der Leyen dichiara pubblicamente che i lupi sono un pericolo per il bestiame. Una successiva analisi della Commissione (mai sottoposta a revisione paritaria) diventa comunque la base per il declassamento del lupo, arrivato entro l’estate 2025 nonostante l’opposizione di oltre 400 scienziati: da “rigorosamente protetto” a “protetto”. La Germania lo dichiara specie cacciabile. Francia, Slovacchia e Svezia avviano abbattimenti propri.
I numeri, quelli veri, li mette in fila Suzanne Asha Stone, direttrice dell’International Wildlife Coexistence Network. Il lupo GW950m risulta collegato a 32 indagini, 75 capi di bestiame morti, 69 feriti, quasi sempre in assenza di protezioni adeguate, non essendo obbligatorie per i cavalli, come nel caso di Dolly. Su 2.259 indagini registrate in Bassa Sassonia dal 2008, nessuna è incrociabile con dati patologici interni: il protocollo, semplicemente, non prevede quel campo. Il ministero lo ha confermato per iscritto.
Le conseguenze non sono astratte. Una carcassa predata dopo la morte ma pagata come “uccisa dal lupo” sottrae fondi alla prevenzione. Le statistiche gonfiate erodono la fiducia, sia degli allevatori che dei conservazionisti. E i singoli lupi si costruiscono, involontariamente, una fedina penale mai verificata: nel 2023 un permesso di abbattimento contro GW950m, basato proprio su quel dossier, ha portato i cacciatori a uccidere per errore la sua compagna, la madre dei suoi cuccioli.
In realtà il declassamento dei lupi non riguarda, quindi, la sicurezza, ma c’è evidentemente qualcos’altro. Il fattore politico ed economico, come giustamente ha sottolineato il giornalista Weymouth. Nel suo cammino attraverso le Alpi, il giornalista, infatti ha osservato la crescente politicizzazione del lupo, ossia, il modo in cui l’animale è usato come capro espiatorio per problemi più ampi: declino della pastorizia, spopolamento rurale. In questo panorama il lupo si intreccia con vicende di carattere politico e sociale. Ecco perché è così importante fare luce su vicende di questo tipo, perché la salvaguardia di un animale a rischio è minata da indagini parziali, che hanno posto il lupo sotto una luce pericolosa e ingannatoria. Il chiedersi perché non sono state fatte delle indagini accurate, a questo punto, instilla il dubbio, legittimo, della strumentalizzazione.
C’è un contrappunto virtuoso, e arriva dall’Italia. Nel Parco dello Stelvio il lupo è tornato spontaneamente dopo un secolo di assenza. Lì il progetto di ricerca Cascate Trofiche, con Università di Siena e Fondazione Edmund Mach, sta documentando qualcosa di diverso dal conflitto. In altri studi riguardanti il reinserimento del lupo si è notato come questo contribuisca a un cambiamento a cascata, dell’ambiente circostante: contenimento degli erbivori, rigenerazione di pioppi e salici, fiumi che migliorano grazie alle dighe di castoro favorite dal cambio di vegetazione. Lo stesso animale, letto con gli strumenti giusti, racconta una storia opposta.
Un’azione di tutela protegge l’ecosistema e l’ambiente, creando un effetto a catena di benefici che vanno comunque monitorati, caso per caso. Ciò pone le basi per un pacifico e positivo futuro di convivenza, nel quale l’essere umano ascolti la natura e i messaggi che, attraverso queste azioni virtuose, ci dicono ad alta voce: siamo tutti terrestri, abbiamo tutti lo stesso diritto di vivere su questo pianeta. La Terra è la nostra casa e non una minaccia nella quale la vita si riduca a una battaglia continua per la sopravvivenza.






