
“Il declassamento ha aperto la strada a questa barbarie”
Domenica 5 luglio, all’alba, il Corpo forestale della Provincia autonoma di Bolzano ha abbattuto un lupo nei pressi della Malga Fojedora, nel comune di Marebbe. Il decreto di uccisione lo aveva firmato il presidente Arno Kompatscher giovedì sera. Tre giorni di silenzio, poi l’esecuzione al mattino presto, in un weekend, quando i tribunali sono chiusi e i ricorsi diventano impossibili. Un metodo, pensato apposta per non lasciare il tempo di fermarlo. Il medesimo metodo già visto in Trentino, lo stesso che l’anno scorso ha portato alla morte di un altro lupo in Alto Adige, fucilato mentre un procedimento legale contro quella barbarie non si era ancora concluso.
Dietro il singolo abbattimento c’è un disegno più ampio, ed è quello che LEAL – Lega Antivivisezionista – condanna con la massima fermezza: il declassamento del lupo, ormai realtà giuridica tanto a livello europeo quanto a quello italiano.
Nel giugno 2025 l’Unione Europea, infatti, ha modificato lo status del lupo nella Direttiva Habitat, facendolo scendere da specie “rigorosamente protetta” a specie semplicemente “protetta”, spostandolo dall’allegato IV a quello meno vincolante. L’Italia ha accolto quella scelta con un decreto ministeriale il 21 gennaio 2026. Da allora convivono, nello stesso ordinamento, due norme in contraddizione tra loro: il declassamento appena recepito e la legge quadro sulla caccia, la 157 del 1992, che all’articolo 2 elenca ancora il lupo come prima tra le specie “particolarmente protette, anche sotto il profilo sanzionatorio”. Finché quella contraddizione resta aperta, la 157 continuerà a fare da argine.
Ma quell’argine ha già una data di scadenza. Il 23 giugno 2026 il Senato ha approvato la riforma della legge 157/92, il cosiddetto Ddl Caccia, che ora passa alla Camera. Tra le modifiche c’è esattamente quella che serviva a chiudere la contraddizione: l’espulsione del lupo dall’elenco delle specie particolarmente protette. Se il testo diventa legge, il declassamento europeo troverà applicazione piena anche nel diritto interno, e la strada verso piani di controllo e abbattimento locali, come quello appena eseguito a Marebbe, si farà definitivamente più larga.
Chi scrive questa riforma la chiama aggiornamento tecnico. Non lo è. È un cambio di filosofia che ridefinisce l’attività venatoria come strumento “utile alla conservazione e alla tutela della biodiversità”, e i cacciatori come “bioregolatori”. Ma il lupo non ha bisogno di essere regolato da chi lo caccia.
Perché il lupo è un bioregolatore naturale: contenendo gli ungulati selvatici, cinghiali, caprioli, cervi, mantiene in equilibrio la vegetazione e riduce danni all’agricoltura e incidenti stradali che quegli stessi ungulati, fuori controllo, provocano. È anche una specie ombrello: proteggendo il suo habitat protegge automaticamente decine di altre specie che condividono lo stesso territorio. E il suo ruolo innesca una cascata trofica che si propaga in tutto l’ecosistema: dove il lupo è tornato stabile, cambia la distribuzione degli erbivori, si rigenera la vegetazione lungo i corsi d’acqua, cambia perfino la fauna minore.
Rimuovere il predatore non risolve nulla. Sposta solo il problema più in basso nella catena, dove diventa più difficile da vedere e più costoso da correggere.
Nessuno nega che gli allevatori subiscano danni reali dalle predazioni. Tuttavia gli unici strumenti che la scienza riconosce efficaci sono quelli incruenti: recinzioni elettrificate, cani da guardiania, assistenza tecnica sul territorio. A Marebbe la domanda che nessuno a Bolzano vuole farsi è proprio questa: la malga era protetta con questi strumenti? Il fucile non riduce i danni. Riduce solo i lupi, e lascia intatto il conflitto, pronto a riaccendersi alla prossima predazione.
“Il lupo, – sostiene con forza Gian Marco Prampolini, Presidente LEAL – non è un nemico da abbattere per racimolare consenso tra le malghe, né una variabile da bioregolare a colpi di deroga. È una specie che l’Italia, dopo decenni di battaglie per farla tornare sulle Alpi e sugli Appennini, sta ora scegliendo di esporre di nuovo al fucile, con un declassamento normativo che la politica maschera da semplice aggiornamento tecnico. LEAL condanna questa scelta senza riserve e continuerà a batterla su ogni piano possibile.”






