
E PERCHÉ L’ITALIA È GIÀ STATA RICHIAMATA PIÙ VOLTE DA BRUXELLES
Il DDL 1552, ribattezzato “legge Sparatutto”, è da giorni all’esame del Senato. Il testo punta a stravolgere la legge quadro 157 del 1992 che regola la tutela della fauna selvatica: amplia le aree in cui sarà possibile sparare, fino a comprendere demanio marittimo, foreste demaniali e praterie d’alta quota, allarga l’elenco delle specie cacciabili e trasforma i pareri scientifici dell’ISPRA da vincolanti a facoltativi, svuotando, di fatto, il ruolo della scienza nelle decisioni sulla caccia. Una deriva che il governo presenta come riforma e che, nei contenuti, riapre questioni mai davvero risolte con Bruxelles.
Perché il punto che non può essere ignorato è giuridico, prima ancora che politico: il testo in discussione al Senato si muove in una direzione opposta rispetto alle norme europee sulla tutela della fauna selvatica. E l’Italia conosce bene questo terreno, perché negli ultimi vent’anni è stata più volte richiamata e sanzionata proprio per violazioni analoghe a quelle che il DDL rischia di riproporre.

Il primo nodo riguarda la Direttiva Uccelli 2009/147/CE, che rappresenta il quadro di riferimento europeo per la protezione dell’avifauna. La direttiva stabilisce che la caccia può essere consentita solo entro limiti rigorosi, con deroghe eccezionali e sempre motivate da esigenze reali e documentate. Il DDL italiano, invece, amplia le specie cacciabili, introduce la possibilità di catturare uccelli selvatici per usarli come richiami vivi e consente attività venatorie in luoghi e periodi che l’Europa considera particolarmente sensibili. Spiagge, barche, terreni ghiacciati: contesti in cui la tutela delle specie dovrebbe prevalere su qualsiasi altra considerazione. Anche l’uso dei silenziatori, previsto dal testo, rende più difficile il controllo da parte delle autorità, un aspetto che Bruxelles ha sempre considerato critico. La seconda frizione riguarda la Direttiva Habitat 92/43/CEE, che tutela gli ecosistemi e le specie di interesse comunitario. Il DDL apre alla caccia in aree delicate, riduce le garanzie di valutazione ambientale e rischia di compromettere habitat che l’Europa considera prioritari. È un punto particolarmente sensibile, perché la rete Natura 2000 è uno dei pilastri della politica ambientale europea e l’Italia ha l’obbligo di garantirne l’integrità.

C’è poi un principio generale che il DDL sembra ignorare: quello della sicurezza pubblica. La Commissione europea ha più volte ribadito che la caccia non può mettere a rischio la vita dei cittadini e che gli Stati devono assicurare controlli efficaci. Ampliare le aree di caccia senza rafforzare i sistemi di vigilanza significa muoversi in direzione contraria rispetto alle indicazioni europee.
Questi elementi non sono nuovi per l’Italia. Il nostro Paese è stato più volte richiamato da Bruxelles per violazioni della normativa sulla fauna selvatica. Nel 2009 la Corte di Giustizia UE ha condannato l’Italia per deroghe illegittime sulla caccia ai piccoli uccelli. Nel 2014 è stata aperta una procedura d’infrazione per l’uso dei richiami vivi. Nel 2015 un’altra procedura ha riguardato la caccia in periodi vietati e la mancata tutela delle specie migratrici. Nel 2018 è arrivato un nuovo richiamo per la protezione insufficiente degli habitat. E negli ultimi vent’anni l’Italia ha ricevuto oltre venti lettere di messa in mora, tutte legate a deroghe abusive, controlli insufficienti, caccia fuori stagione o catture illegali.
Il DDL 1552, così come formulato, non affronta queste criticità: le ripropone. E questo espone il Paese a un rischio concreto di nuove infrazioni e nuove sanzioni economiche. Ma soprattutto mette in discussione un principio che l’Europa considera fondamentale: la tutela della biodiversità come bene comune, non come terreno di scontro politico. In un momento storico in cui l’Unione europea chiede agli Stati membri di rafforzare le politiche ambientali, scegliere di indebolirle significa isolarsi. Significa ignorare un quadro normativo che l’Italia ha contribuito a costruire e che oggi rappresenta una garanzia per la tutela della natura, della sicurezza e della legalità.





