26 Ago, 2017
VIETATO FRUSTARE I CAVALLI: si, ma tranquilli: solo a Castello di Montechiarugolo. Si tratta del titolo di un articolo del Corriere della Sera (14 luglio 2017), che si riferisce ad una realtà ad oggi anomala nel panorama ippico, italiano e non, non ad una legge, ma ad una iniziativa limitata all’ippodromo dell’Appennino emiliano, dove i responsabili hanno per la prima volta in Italia imposto il divieto di cui si parla, e a pochissime altre manifestazioni. Per la cronaca, esiste un solo precedente fuori dai confini nazionali e riguarda la Norvegia.
Siamo grati ad Annamaria Manzoni, psicologa e scrittrice fortemente impegnata nella questione animale, che si è resa disponibile a collaborare con LEAL firmando un nuovo articolo di una serie di contributi periodici.
La notizia ha uno spessore che travalica la sorte dei singoli cavalli i quali, quando avranno la ventura di correre a Montechiarugolo, non potranno che stupirsi nel non essere fustigati, contratti e spaventati come saranno, perché l’attesa delle usuali scudisciate è essa stessa tormento, nell’impossibilità a sottrarvisi, e perché non esiste comportamento che li metta al riparo: non è castigo ad una mancanza, a cui potrebbero imparare a sopperire, ma sorte ineluttabile; perché chi colpisce, e i cavalli non sanno quando e quanto forte, punisce un peccato non commesso.
Come è il veganesimo a illuminare il carnismo, vale a dire non si prende atto della relatività di una scelta fino a quando si viene posti davanti alla prova provata della possibilità di una scelta di segno opposto, allo stesso modo il divieto di colpire i cavalli induce a giudicare in modo diverso l’abitudine a frustare, talmente diffusa nel mondo dell’ippica da non fare notizia, da passare inosservata. La frusta è considerata un accessorio obbligato dell’abbigliamento di ogni fantino, non tanto diversa da stivali e berretto; trasformata addirittura in oggetto elegante, tanto che l’industria ne offre di tutti i generi e di tutti i tipi, con graziosi manici antiscivolo, di alta qualità ma anche in versione economica per porli democraticamente alla portata del portafoglio di chiunque. I modelli sono sempre più evoluti, perché l’origine è antica, ma i tempi richiedono prestazioni più adeguate, vale a dire devono consentire di fare del male al punto giusto e con la raffinatezza che gli stilisti del settore, esonerati anche loro da considerazioni etiche, rendono possibile. Le fruste per altro possono anche alternarsi ai nerbi di bue (o ai nerbi fatti con il pene di toro! ), come si fa per il Palio di Siena: niente di nuovo; in fondo anche la Gestapo li aveva in dotazione, e, se le notizie della rete sono esatte, in qualche stato centro e sudamericano, quali Guatemala e Colombia, normalmente non citati tra i campioni del rispetto per i diritti umani, l’uso è anche destinato a sedare riottosità domestiche. La frusta è appendice all’equipaggiamento ippico persino di bambini alle prime armi (mai espressione fu più centrata): gliela si consegna, certo di dimensioni adeguate alle loro manine, non appena si avvicinano all’equitazione, così li si fanno sentire orgogliosi e anche (pre)potenti perché percepiscono trattarsi di uno strumento in grado di conferire uno status, uno status dominante: conferisce un senso di forza e importanza, con la benedizione di mamma e papà.
Ecco, la decisione presa a Montechiarugolo poggia sulla convinzione che uno strumento di costrizione non può essere considerato normale, naturale e necessario, non deve essere regolamentato, ma proibito perché crudele. L’input a questa visione delle cose, racconta Lorenzo Morini (uno dei gestori dell’ippodromo, che da due anni si batte per un disegno di legge che ne bandisca definitivamente l’uso), è nato nell’osservare la reazione dei bambini che, a lato delle piste, si rifiutavano di guardare: “Un cavallo picchiato in continuazione non è un bello spettacolo”, dice. Non si può che concordare con lui e contestualmente, pur nella soddisfazione per l’insight cognitivo, chiedersi come ad oggi, pressoché dovunque, lo si consideri invece proprio un bello spettacolo, uno di quelli da incitare con urla entusiastiche, da osservare con il cannocchiale per non perdersi i particolari.
Quella dei cavalli frustati è realtà, norma, spettacolo: incapace di urtare la sensibilità di scommettitori obnubilati da puntate rovinose, ma neppure spettatori bighellonanti nell’ozio domenicale, e tanto meno gentili signore e signorine in guanti bianchi e cappellini d’ordinanza sui prati inglesi o decisamente più casual su quelli di altri paesi. Infierire su animali impossibilitati a difendersi, frustandoli a dismisura, è ancora oggi non spettacolo per persone rudi e rovinate dal vizio, ma sport of the kings: regale, illustre, nobile.
Ancora una volta è la narrazione a farla da padrona: la realtà, che è sotto gli occhi di tutti, viene mistificata, diversamente raccontata, inserita in altra cornice cognitiva. Nella retorica giornalistica e nella percezione del pubblico, i cavalli non corrono perché, fustigati, tentano disperatamente di sottrarsi al dolore, ma sono purosangue (ma mezzosangue, fa lo stesso) slanciati verso un trionfo da loro stessi ambito; morsi, paraocchi, briglie, redini, speroni non sono stigmatizzabili mezzi di contenzione e tortura, ma trasparenti, invisibili accessori d’ordinanza. Qualcosa non torna: o meglio, torna solo in riferimento a quei meccanismi di cui la nostra mente sa servirsi così bene al fine di proteggerci nel nostro quieto vivere.
L’idea che ci facciamo delle cose non è frutto della realtà percepita, qui ed ora; si forma invece e poi si sedimenta sulle convinzioni del contesto culturale di appartenenza, per distorte che siano. Aderiamo alle idee, ai modi di vedere che sono quelli del nostro ambiente o gruppo sociale, lo facciamo senza accendere la capacità di critica, attraverso i pre-giudizi, aderendo acriticamente all’interpretazione e alla codificazione della realtà che altri hanno dato prima di noi e che si è diffusa come fosse verità. Siamo convinti di avere un punto di vista e invece lo confondiamo con lo stato delle cose, con il punto di vista della maggioranza che ci influenza e dirige i nostri comportamenti verso quella che è una norma condivisa. Insomma, vogliamo essere rassicurati che tutto vada bene, che il mondo in cui viviamo è giusto, e così ci muoviamo avvolti nella cortina fumogena delle idee che sono dominanti nel contesto in cui viviamo. Si tratta di meccanismi potenti e prepotenti, tali da indurre una mistificazione della realtà altrimenti inspiegabile.
Nulla però è statico: dal magma in movimento in cui ci sentiamo protetti, qualcosa sfugge, è una pulsione verso la verità, verso la de-mistificazione, la de-costruzione della falsificazione in atto. Il demiurgo prende le sembianze del rivoluzionario di turno, spinto a rivoltare il mondo dall’urgenza di verità e giustizia, ma anche solo del riformatore, che si materializza spesso grazie ad un clima culturale circostante in evoluzione, all’interno del quale alcuni comportamenti appaiono del tutto anacronistici, distonici rispetto a nuovi pensieri e nuove sensibilità. Nello specifico della situazione in oggetto, il divieto di frustare i cavalli è una proposta timida, non è un cambiamento epocale, figlio di un’esigenza profonda di rispetto verso animali sfruttati e del desiderio di rendere loro la dignità: se così fosse, saremmo qui a parlare della fine stessa delle corse: tout court. È comunque un imprescindibile iniziale passo che prende l’avvio dalla consapevolezza della attuale diffusa connivenza con un mondo costruito su intollerabili forme di sfruttamento e crudeltà.
È interessante anche che l’input a tale demistificazione sia arrivato, come ha testimoniato Lorenzo Morini, dall’atteggiamento di insofferenza dei bambini all’infierire degli uomini sui cavalli: non ancora coinvolti nel processo di mistificazione, loro sì che possono giudicare la realtà con i propri occhi, dare diritto di cittadinanza a sensazioni ed emozioni, e molto banalmente considerare insopportabile che i cavalli vengano frustati: giusto in tempo, prima che subentri l’incorporazione del loro pensiero in quello dominante. Apprezzabile ci sia stato chi, osservandoli, ha colto e accolto il loro messaggio, dando il via ad un processo di demistificazione di una semplicità disarmante: le frustate fanno male, le frustate sono crudeli, le frustate sono ingiuste. Il fatto che siano inferte da sempre, lungi dall’offrire giustificazioni, è se mai atto di accusa potente nei confronti della nostra specie, che, come con infinite altre nefandezze, ci convive non da secoli, ma da millenni, imperturbabile davanti alla sua realtà, e anche alla sua rappresentazione: persino Ben Hur, che dagli schermi del colosso cinematografico del 1959 fustigava forsennatamente i cavalli della sua quadriga per dodici interminabili minuti, ha riscosso entusiasmo filmico per il suo altissimo tasso spettacolare, meritevole di undici Oscar, ma non risulta abbia suscitato nessuno sdegno che fosse ante litteram “animalista”.
Infierire sui cavalli è azione ripugnante, è causa del loro inascoltato dolore. Ma è anche altro: l’abitudine alla violenza comporta desensibilizzazione, assuefazione e dipendenza: l’autorizzazione, anzi il diktat all’uso della frusta per addestrarli, ridurli all’obbedienza, spingerli oltre i loro limiti, è talmente intrusivo nelle abitudini dei perpetratori, che finisce per abbattere i freni inibitori, si autoalimenta, si espande, dilaga. La dinamica è attestata dal fatto che è stato necessario introdurre normative, per porre limiti esterni, in drammatica assenza di quelli interni, psicologici e morali, in sintonia con il clima culturale di ogni contesto: secondo una regolamentazione, il cui cinismo si commenta da solo, Italia, Inghilterra, Germania consentono che siano inferti ad un cavallo 7 colpi di frusta ogni 500 metri; la Francia, più comprensiva, ne ammette 10; Usa e Giappone, campioni di libertà civili, si affidano alla libera iniziativa personale e non pongono limite al libero sfogo degli impulsi umani, senza remore né fastidiosi deterrenti legali. Le limitazioni sono in genere mal sopportate e non mancano certo infrazioni, anche illustri: un fantino di grande fama, Frankie Dettori, nel 2007 aveva un po’ esagerato ed è stato punito (tranquilli: 14 giorni di sospensione e poi tutto come prima) per avere inflitto la bellezza di 25 frustate al “suo” cavallo, quello che amava tanto, reo di non correre come lui voleva: un po’ troppe per i severi giudici, non per lui, che, intervistato, ha sostenuto avere fatto ciò che era giusto, con colpi che travalicavano anche il limite del braccio che non avrebbe dovuto alzarsi oltre la spalla, per limitarne la violenza. Bazzecole, incapaci di modificare le sue radicate convinzioni. Che dire? Successive condanne allo stesso Dettori per uso di coca qualcosa dicono rispetto al suo controllo degli impulsi.
Neppure una leggenda dell’ippica, quale Varenne, forte di un mito mondiale costruito sui suoi successi, ha potuto sottrarsi alle frustate: quando età, stanchezza, sfiancatezza gli hanno fatto correre una corsa deludente, beh come poteva mai reagire il suo driver Giampaolo Minucci se non frustandolo? Certo, finché le cose erano andate bene, se ne era astenuto, ma insomma, un po’ di comprensione: quando ci vuole ci vuole. Beninteso nei limiti legali.
Un pensiero immenso, per concludere, a Tornasol, il cavallo che in diretta televisiva ha detto NO all’imposizione di correre, lì sulla mitica Piazza del Campo di Siena, dove, sotto il sole cocente del 2 di luglio, per 90 interminabili minuti teletrasmessi ha opposto la sua determinata opposizione al volere umano: a Trecciolino, il suo fantino (al secolo Luigi Bruschelli, per altro attualmente sotto inchiesta per maltrattamenti) che, incredulo, agitava il suo nerbo (di ordinanza appunto), ha risposto con sgroppate e sbuffi, e ha mostrato ad un’Italia basita la rappresentazione equina della disobbedienza civile, non violenta, ma decisa e vincente. Bello e orgoglioso, anzi no: bella e orgogliosa perché Tornasol è una femmina, ha semplicemente e coraggiosamente detto NO. E quale che sia stata la spinta che l’ha indotta a tanto, è assurta ad eroina, paladina degli oppressi della sua specie, fiera . I veterinari, che, esausti, hanno alla fine diagnosticato un “alterato stato fisico” nonché “attacchi di panico”, tanto ricordano quegli psichiatri che, in tempi non così lontani hanno racchiuso, prima ancora che nelle camicie di forza, in una diagnosi svilente la ribellione di tanti infelici ad uno stato delle cose intollerabile. Onore a Tornasol, allora, e a tutti coloro che imboccano strade che gli altri non sanno neppure vedere.

SEGUI LEAL VIA EMAIL Per non perdere nessuna notizia pubblicata sul sito leal.it ti invitiamo a lasciare il tuo indirizzo email al link seguente (attenzione: per aggiornamento del nostro database, l’invito a registrarsi è rivolto anche a chi è già iscritto alla nostra newsletter). Riceverai gratuitamente in anteprima nella tua casella di posta tutte le notizie pubblicate sul sito: → SEGUI LEAL VIA EMAIL ISCRIVITI ADESSO!
16 Ago, 2017
Si chiamava Oliver, uno dei tanti cavalli schiavi costretti a portare a spasso turisti per le vie delle città. È morto a Messina a causa del caldo e della fatica, si è accasciato al suolo sabato 12 agosto, senza terminare il “servizio” che non aveva scelto e per il quale non era retribuito. Questa è stata la vita orribile di Oliver e di altri cavalli come lui, che per molte ore al giorno, tutti i giorni della loro esistenza, devono percorrere strade asfaltate che riverberano e amplificano il caldo.
Le cronache riferiscono che l’assessore comunale all’Ambiente, con delega al Benessere degli animali, Daniele Ialacqua, ha chiesto accertamenti se ci sono i presupposti di reato di maltrattamento di animali e che siano fatte verifiche sul possesso delle autorizzazioni.
Un altro cavallo morto dopo quello che era stato preso a calci, pochi giorni fa, durante una processione di cui ci siamo occupati (→ leggi la notizia). I cavalli ancora una volta vittime dimenticate: sfruttati per le corse, i palii, nei maneggi, come animali da traino, considerati oggetto di scommesse, costretti a trainare pesi e carrozze, macellati per le loro carni, cavalle mantenute costantemente gravide per prelevarne sangue da iniettare nelle giovani scrofe e incrementare la produzione di carne di maiale (→ leggi la notizia). Esistono delle responsabilità? Di chi sono? Forse sono di chi autorizza ogni forma di abuso e dominanza. Di chi non si oppone allo sfruttamento e poi quando ci scappa il morto, salva il salvabile e tenta di arginare l’indignazione e recuperare consensi chiedendo accertamenti e immaginando di sospendere le autorizzazioni a tragedia avvenuta.
Dove stava l’assessore quando i cavalli arrancavano sotto il peso di carrozze cariche di turisti (800 kg) con il caldo che più caldo non si può tipico dei mesi estivi in Sicilia? Non si potevano verificare prima le autorizzazioni? Dove stanno i cittadini messinesi che ancora vedono le carrozze come una tradizione e una fonte di reddito e non ne chiedono l’abolizione? Chi sono i turisti che, cittadini del mondo, ancora non sanno che mettere il loro itinerante deretano sul sedile di una carrozza è una soddisfazione molto relativa oltreché costosa, sulla pelle di schiavi? I cavalli da traino sono il più delle volte animali a fine “carriera”, pagati due soldi dai vetturini, e terminano le loro povere esistenze morendo di caldo o di freddo per le strade, esposti al rumore del traffico e all’inquinamento.
Ora è arrivato il momento delle responsabilità; è bene che tutti sappiano e agiscano in base a etica, coscienza, giustizia e compassione. Chissà se i vetturini che conducono le carrozze, i turisti, i veterinari che abilitano i cavalli a questo duro lavoro si sono mai chiesti: “Se fossi un cavallo sceglierei di fare questo? Esisto solo per sudare sotto i pesi e sotto il sole?”
LEAL ha incaricato i propri legali di seguire la vicenda e individuare le responsabilità.
il tuo 5×1000 a LEAL
C.F. 80145210151
SEGUI LEAL VIA EMAIL Per non perdere nessuna notizia pubblicata sul sito leal.it ti invitiamo a lasciare il tuo indirizzo email al link seguente (attenzione: per aggiornamento del nostro database, l’invito a registrarsi è rivolto anche a chi è già iscritto alla nostra newsletter). Riceverai gratuitamente in anteprima nella tua casella di posta tutte le notizie pubblicate sul sito: → SEGUI LEAL VIA EMAIL ISCRIVITI ADESSO!
2 Ago, 2017
A Quartu Sant’Elena durante la Festa di San Giovanni Battista, una delle tradizioni più vecchie dell’intera Sardegna, è prevista anche una processione molto partecipata, con carri e calessi, trainati da cavalli, riservati alle personalità e agli organizzatori.
Se per festeggiare e commemorare si utilizzano animali la festa si trasforma in abuso e sopraffazione. E quest’anno lo sfruttamento animale si è trasformato in un grave maltrattamento quando un cavallo sfinito dal caldo torrido e dai chilometri percorsi trascinando un pesante carro carico di persone si è accasciato a terra. Il malessere non era previsto per l’andamento della cerimonia ed ecco che il cavallo è stato preso a calci senza pietà e con violenza per farlo rialzare. L’episodio, riportato anche dai quotidiani locali, è avvenuto sotto gli occhi di tutti, compresi bambini e turisti, e sicuramente rimarrà una terribile pagina di violenza per la città e per gli organizzatori.
Gian Marco Prampolini, presidente di LEAL, si appella al Sindaco di Quartu, Stefano Delunas, e all’assessore alla Cultura e alle Tradizioni Popolari, Lucia Baire, e li invita ad individuare i colpevoli del maltrattamento per denunciare il reato e fare una riflessione sul senso di quanto accaduto, sul concetto di sfruttamento di viventi, in questo caso i cavalli, per una festa che si dovrebbe svolgere senza abusi.
il tuo 5×1000 a LEAL
C.F. 80145210151
SEGUI LEAL VIA EMAIL Per non perdere nessuna notizia pubblicata sul sito leal.it ti invitiamo a lasciare il tuo indirizzo email al link seguente (attenzione: per aggiornamento del nostro database, l’invito a registrarsi è rivolto anche a chi è già iscritto alla nostra newsletter). Riceverai gratuitamente in anteprima nella tua casella di posta tutte le notizie pubblicate sul sito: → SEGUI LEAL VIA EMAIL ISCRIVITI ADESSO!
30 Giu, 2017
In questi ultimi mesi i cavalli sono divenuti protagonisti di situazioni di interesse mediatico: e, visto il trattamento che devono subire, davvero ne avrebbero fatto volentieri a meno.
Siamo grati ad Annamaria Manzoni, psicologa e scrittrice fortemente impegnata nella questione animale, che si è resa disponibile a collaborare con LEAL firmando un nuovo articolo di una serie di contributi periodici.
Una notizia, riportata su alcuni media stranieri, ma non risulta su quelli italiani, riguarda la corsa ippica del White Turf di St Moritz, interrotta in seguito alla caduta rovinosa di un cavallo, Boomerang Bob: secondo consolidata norma, il fantino ferito è stato trasportato in elicottero in ospedale, il cavallo più sbrigativamente è stato soppresso. Stava correndo al galoppo sul ghiaccio, perché questo è il White Turf. Si potrebbe disquisire a lungo sul senso del costringere cavalli a correre su un tale genere di “terreno” e ancora di più sull’abitudine di risolvere le immancabili tragiche cadute con un colpo di pistola, che sembra spazzare via ogni responsabilità, poco cambia se ad essere teatro delle sconsiderate corse sono le nobili curve di Siena, i ghiacci elitari di St Moritz o le strade di una malfamata Catania. Senza entrare ulteriormente nel merito, l’episodio è utile a sottolineare che questa è la norma per i cavalli fortunati, quelli cioè non destinati alla macellazione.
Sì, perché è necessario prima di tutto ricordare la posizione del tutto particolare che occupano i cavalli nella nostra società e anche dal punto di vista della zooantropologia, vale a dire della disciplina relativa al rapporto uomo-animale: nella grande maggioranza dei casi sono considerati “animali da reddito”, tanto che esiste addirittura una inequivocabile sigla a definirne la sorte: DPA, vale a dire Destinato alla Produzione Alimentare. Altri, come lo sventurato Boomerang Bob, vengono destinati a scopi diversi, connessi a corse, equitazione, pet therapy… È facoltà del proprietario (mai termine fu più adeguato) decidere quindi se non DPA oppure DPA: pollice alto o pollice verso. Differenza certo non di poco conto perché nel primo caso i cavalli godono, almeno relativamente ad alcune situazioni, di pur pallide tutele quali per esempio, se considerati animali di affezione, il non essere soggetti a pignoramento alla stregua di cose (già: è solo grazie alla recentissima Legge di Stabilità per il 2016 che cani, gatti e pet in generale non vanno a pagare con la loro stessa esistenza debiti del loro padrone, insieme a frigoriferi, televisione e affini) e, almeno teoricamente, non finiranno le loro disgraziate vite in un mattatoio. Per gli altri, tutti gli altri, le protezioni sono quelle pressoché inesistenti riservate agli “animali da reddito”, la cui esistenza è subordinata per definizione alla produzione di guadagni, che, come da sempre risaputo, sono tanto più cospicui quanto più è possibile risparmiare su qualche elemento della catena produttiva, elemento scelto diligentemente tra coloro che, privi di diritti, sono in questo caso anche privi di parola. I cavalli vengono così importati ed esportati da un Paese all’altro con inenarrabili viaggi della morte che percorrono migliaia di km in un susseguirsi di giorni e di notti infernali, sulle navi provenienti dall’Argentina o sui tir in viaggio da Romania e Polonia, per finire nei mattatoi italiani, mattatoi inevitabilmente numerosi sul territorio nazionale, in quanto deteniamo il per nulla inebriante primato del maggiore consumo pro capite di carne di cavallo in Europa. Sì, perché le particolari proprietà nutritive che taluni dietologi esaltano la rendono irrinunciabile per i mai appagati appetiti di una popolazione che, per quanto satolla, pare sempre in crisi di astinenza alimentare.
Ecco: il cavallo riassume in sé tanti aspetti della relazione umano-nonumano, in cui l’assoluto antropocentrismo che ne è la base detta ogni regola. Non bastasse, sono relazioni soggette ad improvvisi rovesciamenti di paradigma nell’esclusivo interesse umano. È stato il caso per esempio delle nutrie, che, quando non sono state più considerate utili, sono divenute oggetto di una legge che, da un giorno all’altro, le ha trasformate da specie da tutelare a specie da eliminare, sorta di nemico pubblico da punire per la sua novella nocività, e la pena è stata pena di morte, senza appello e senza pietà. Oppure si può trattare del lupo, animale da tutelare in quanto in pericolo di estinzione, e noi umani vogliamo un contesto variegato e ricco intorno, perché così ci piace, ma quando si permette di nutrirsi con agnelli o pecore, che avevamo stabilito essere prede di nostra sola competenza, ecco allora esplodere rabbiose e rancorose convinzioni sulla necessità di piani di abbattimento, però “selettivi”: a pallettoni ovviamente. In questo caso, il passaggio all’atto è stato almeno per il momento scongiurato da una levata di scudi compatta che ha dato ai politici la misura di un feedback temibile a livello di consenso elettorale, vera matrice ossessiva di ogni loro pensiero.
Pure in questo discutibile contesto, il cavallo è anomalo in quanto occupa posizioni bivalenti, in virtù delle quali non necessita neppure di un’evoluzione del proprio stato per essere oggetto di trattamenti inconciliabili: lui nello stesso momento può essere compagno di vita, da amare e difendere, seppure in modi altamente discutibili, oppure carne da macello, a seconda delle necessità. Come si diceva, basta una dichiarazione, l’etichetta di DPA oppure di non DPA e in lui verrà visto ciò che ognuno considererà opportuno vedere. Dimostrazione inconfutabile di come sia la cornice cognitiva in cui poniamo l’altro a determinarne il valore, il senso, e quindi il destino. Lo facciamo regolarmente con tutti i nonumani, che consideriamo inferiori a noi, autoposizionatici in quel centro dell’universo, in cui si accentrano diritti e privilegi, che sono di fatto squisita espressione del diritto del più forte. Lo facciamo peraltro, in modo solo lievemente meno esplicito, anche con gli umani, detentori del diritto al rispetto e all’attenzione in funzione della loro provenienza, della loro (presunta) razza, del loro genere, del loro reddito.
Con i cavalli raggiungiamo l’apice dell’illogicità, che rendiamo sostenibile non a suon di ragionamenti, che non sarebbe possibile, ma a suon di leggi che affossano, oltre alla logica, il senso di giustizia.
Risulta esemplificativo un secondo episodio, reso di pubblica conoscenza grazie a Edoardo Stoppa, entrato per conto di Striscia La Notizia in un centro di equitazione a Capalbio, provincia di Grosseto, a seguito di una segnalazione corredata da video: un giovane cavallo si rifiuta, spaventato, di saltare un ostacolo perché evidentemente non si sente in grado di farlo, oltreché presumibilmente perché non ne capisce il senso: e come dargli torto? In risposta, la giovane fantina procede a fustigarlo per un tempo che se a chi guarda sembra infinito (vengono contati l’uno dopo l’altro 13 colpi di frusta, inferti su muso e collo) a chi lo subisce deve risultare insostenibile. Ad incitarla è l’istruttrice con dei reiterati Giusto! Giusto! Giusto! che esprimono approvazione, ma anche una soddisfazione, che, frutto del male inferto, non merita di essere definita altro che sadica. I gesti e l’atteggiamento controllati testimoniano la sua dimestichezza con la dinamica in atto, dimestichezza di cui sono ulteriore prova provata le reazioni sue e del padre alla richiesta di spiegazioni del giornalista. Il padre si difende e attacca con un “E allora? Ha fatto bene!”, lei, dopo qualche maldestro tentativo di negare l’innegabile, assicura che non è che lo fa quotidianamente. Davvero un sollievo: quindi, non proprio tutti i giorni? Qualche volta si astiene? È del tutto evidente che né lei né tanto meno il padre ritengono il fustigare in quel modo il cavallo azione stigmatizzabile, indecente, vergognosa: anzi. Fanno “scuola”, insegnano ad altri: in questo caso ad un’altra giovane donna, che impara ciò che l’autorità, che loro in quel contesto rappresentano, le insegna, impara bene e presto: e chi lo sa se qualcuno dei colpi che infligge ad un animale indifeso rimbomba almeno un po’ nelle sue corde. Chi lo sa se almeno un pensiero sulla crudeltà di quello che sta facendo prende forma in lei. Certo, la ragazza ha delle scusanti, perché sta andando a scuola e agli insegnanti va concesso il pregiudizio positivo di “sapere”. Anche se, giova rifletterci, la sua reazione obbediente non era scelta obbligata: il rischio connesso ad una condotta non compiacente, ad una possibile flebile insubordinazione alle esortazioni autorevoli poteva comportare, nella più estrema delle ipotesi, un’interruzione del suo percorso “formativo”: non una tragedia, insomma, anzi: alla luce dei fatti una benedizione. Esistono di certo adolescenti capaci di un giudizio critico in grado di bypassare il principio di autorità in nome del primato di emozioni e sentimenti di segno contrario, di una capacità critica coniugata con una evoluzione etica diversa, che in qualche caso sono alla radice di ben più radicali rivolte giovanili. Al suo posto, avrebbero detto NO, cosa che lei non ha fatto forse per diligenza, forse per debolezza, forse per un’abitudine già troppo consolidata al conformismo.
Ora se lo stesso cavallino (indifeso) fosse stato frustato nello stesso modo (pesantemente e ripetutamente) senza colpa alcuna (era terrorizzato) in un contesto pubblico, anziché al riparo dell’autorità di una scuola di equitazione, i protagonisti non avrebbero esibito la stessa sicumera: è il contesto in cui agiscono che li rassicura perché consente di spacciare la crudeltà in atto per intervento educativo. La violenza viene così legittimata, organizzata, integrata nel sistema, giustificata da uno scopo socialmente accettato; viene attribuita al male in atto una giustificazione morale: il cavallino va educato. Ennesima applicazione della teoria del fine che giustifica i mezzi, in nome della quale storicamente i peggiori crimini sono stati commessi, e della consuetudine per cui, quando le persone fanno del male, lo fanno in nome del bene. Della grande schizofrenia in atto paga il prezzo l’unico innocente sulla scena del delitto, il giovane cavallo: per lui l’ingiustizia è dolore, lo spaesamento per una violenza selvaggia ne doma la vitalità, le ferite sulla pelle bruciano davvero. Così impara! Impara la legge del più forte, che è sempre l’umano, anche nella sua versione femminile, graziosa, bene educata e controllata, che non si scompone nell’impartire ordini crudeli. Tanto non occorre forza fisica: l’unica imprescindibile condizione è l’assenza di empatia, di quella risorsa, cioè, in grado di arricchire l’essere umano con la risonanza dell’eco dolorosa del dolore altrui, schermo e barriera all’infliggerlo quel male. Lei non ce l’ha. E per quanto ridondante rispetto alla imprescindibile condanna, un’altra considerazione richiama alle ripercussioni di tutto questo, sulle onde lunghe con cui si propaga: chi frusta o incita a frustare violentemente, ripetutamente, a freddo, senza compassione un animale indifeso perché vuole domarlo di certo è in grado di riproporre la stessa dinamica in altra situazione: magari alla luce di altre motivazioni, che dilagano da quelle pseudoeducative, ad un semplice desiderio di potere o magari rispondono all’urgenza di sfogare una rabbia che preme. Quando i gesti entrano a comporre come elementi costitutivi il nostro patrimonio comportamentale, finiscono per appartenerci; se l’empatia è assente o zittita, se la filosofia di base giustifica i mezzi pur di perseguire un fine, è reale il rischio che un altro fine, giudicato buono perché funzionale al proprio interesse, apra la strada a comportamenti altrettanto crudeli, risvegliati da nuovi scopi, dall’inclinazione del momento, da una motivazione propulsiva. Insomma il discorso va a toccare il grosso link che congiunge la violenza legale a tutte le altre forme di violenza, link mai abbastanza preso in seria considerazione.
Sullo sfondo di questa vicenda, c’è l’urgenza di un interrogativo, che ci coinvolge tutti: davvero è lecito ignorare la realtà dell’ippica in generale, delle scuole di equitazione e di tutto quello che concerne l’addestramento dei cavalli? Qualche cosa la sappiamo tutti, per esempio che l’equipaggiamento minimale di ogni allievo, l’armamentario di ordinanza prevede frusta e speroni. Strumenti pacifici?! E che dire dei morsi da mettere in bocca al cavallo, delle briglie, dei paraocchi, degli zoccoli, delle selle se non che sono mezzi di contenzione, di sopruso, di imprigionamento, di limitazione della libertà di movimento e di esplorazione? Un mondo che ama celebrare la retorica dell’amicizia tra l’uomo e il cavallo rimuove il significato di doma, che è precondizione all’instaurarsi di una relazione che definire amicale è davvero mistificatorio: domare, to break the spirit dicono gli anglosassoni, rompere lo spirito, eliminare lo slancio vitale, cancellare l’afflato verso la libertà, è fondamentale per “addestrare” il cavallo a comportamenti estranei alla sua natura. È singolare come nella rappresentazione di questo animale, nell’immaginario che lo definisce, si celebrino forza, vitalità, prorompenza, e come la relazione con lui venga edificata sulla metodica regolare soppressione di tutto questo, sulla negazione dei suoi bisogni e desideri: insomma “Quella vita che fu tenuta a freno” nelle suggestioni di Emily Dickinson.
Alcune associazioni animaliste hanno dichiarato che sporgeranno denuncia per maltrattamento animale contro i protagonisti di questa brutta storia: l’auspicio è che sia l’occasione per alzare il velo sulle tantissime realtà che riguardano la vita (e la morte) dei cavalli, quei “figli del vento” indomiti e coraggiosi, ogni giorno resi schiavi da quel bisogno di dominare la natura, che pare essere paradigma costitutivo del pensiero moderno.

SEGUI LEAL VIA EMAIL Per non perdere nessuna notizia pubblicata sul sito leal.it ti invitiamo a lasciare il tuo indirizzo email al link seguente (attenzione: per aggiornamento del nostro database, l’invito a registrarsi è rivolto anche a chi è già iscritto alla nostra newsletter). Riceverai gratuitamente in anteprima nella tua casella di posta tutte le notizie pubblicate sul sito: → SEGUI LEAL VIA EMAIL ISCRIVITI ADESSO!
13 Nov, 2016
Si conclude oggi, domenica 13 novembre, Fieracavalli a Verona, un evento famoso quanto anacronistico che sottolinea ogni anno come l’umano sfrutti in ogni modo gli equidi: come carne, per correre forse dopati nei palii, nelle corse su strade asfaltate per scommesse clandestine, negli ippodromi, dove invece, gare e scommesse sono legali ma ingiuste e immorali e i cavalli considerati come “slot machine”. Nei circhi o durante alcune gare i cavalli, ridicolmente agghindati si esibiscono in pericolosi dressage o “balletti” che li costringono a posizioni scomode, dolorose e innaturali. Nei centri ippici i cavalli vengono lucidati come soprammobili o come se fossero delle fuoriserie e come tali considerati, fermi e chiusi solitari in box. Quando poi vengono fatti muovere sono costretti a pericolosi esercizi di salto che li portano a fratture gravi e problemi ortopedici. Oppure si devono guadagnare la vita trainando carrozze o facendosi montare da umani paganti e convinti di praticare uno sport, in questi casi camminano noiosamente sempre in tondo su una pista per intere giornate. La manifestazione di Verona non è che il “mercato dei cavalli” e rimane una vergognosa palestra di dominanza che legittima federazioni, allevatori, compratori che sul cavallo puro, bello e di razza puntano tutto il loro business e lauti guadagni un vero e proprio sfruttamento come dimostra il comunicato stampa diffuso dagli organizzatori.
Sono ormai note ai più le posizioni di chi difende i diritti degli animali che si fanno portavoce di quella che è la sofferenza degli equini che con tanto di morso, sella, speroni ai fianchi e dolorosa ferratura agli zoccoli si prestano a far divertire umani e che causano incidenti anche ai cavalli. A questo proposito è di ieri la notizia di come a Milano sia stata sospesa una gara all’ippodromo di San Siro, per la caduta di tre cavalli e di come nessuno si preoccupi del loro stato di salute ma sulla stampa di lasci spazio solo alle condizioni dei fantini (→ leggi l’articolo repubblica.it).
Vogliamo anche ricordare con grande tristezza il povero cavallo Startschuss che è stato percosso a morte dal suo fantino, l’irlandese Kevin Thornton. Il fatto è accaduto il 10 ottobre scorso in Francia all’ippodromo di Cagnes sur Mer; il cavallo era nato nel 2008 ed è collassato sotto i colpi di una frusta da dressage dopo essere stato costretto a un lungo galoppo sulla pista.
Chi ama davvero il cavallo rispetta la sua vita sociale e lascia che sia libero con i suoi simili, non lo ferra, non lo monta ma diventa il suo migliore amico facendo a piedi delle passeggiate, rispettandone umori e benessere allo stato brado. Infatti, il cavallo si muove in branco, non è rasato o ferrato e il fango che eventualmente lo ricopre lo ripara dal freddo, dal vento e dagli insetti. Il cavallo che vive libero senza strumenti di tortura in spazi aperti e in paddock è sicuramente un cavallo felice (→ leggi l’articolo sul nostro sito “… povero anche il cavallo”). Silvia Premoli
SEGUI LEAL VIA EMAIL Per non perdere nessuna notizia pubblicata sul sito leal.it ti invitiamo a lasciare il tuo indirizzo email al link seguente (attenzione: per aggiornamento del nostro database, l’invito a registrarsi è rivolto anche a chi è già iscritto alla nostra newsletter). Riceverai gratuitamente in anteprima nella tua casella di posta tutte le notizie pubblicate sul sito: → SEGUI LEAL VIA EMAIL ISCRIVITI ADESSO!