13 Giu, 2017
Da “La Voce dei Senza Voce” n. 106, → sfoglia il numero online.
Recensione di Peppo Delconte.
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Lo scorso 8 marzo è scomparso Danilo Mainardi, il più grande zoologo-etologo italiano. Il miglior modo per ricordarlo è riprendere in mano le sue opere, soprattutto quelle che destinava a un pubblico di non specialisti, dimostrando tutto il suo talento di divulgatore scientifico. A questo proposito ci sembra giusto ricordare che fra le sue ultime fatiche a carattere divulgativo ci sono almeno 2 libri, di facile e piacevole lettura, che affrontano un tema di crescente attualità: lo sviluppo dell’etologia cognitiva, cioè quella disciplina che si dedica allo studio del comportamento e dell’intelligenza di animali non umani. Si tratta di “Nella mente degli animali” e “L’intelligenza degli animali” (Cairo Editore). Mainardi sostiene che grazie a questa recente disciplina è finalmente caduto un tabù: “parole come pensiero, intelligenza, cultura non sono più solo umane”.
Indubbiamente nell’ultimo mezzo secolo le neuroscienze (in particolare gli studi sul cervello) hanno compiuto grandiosi progressi ma si sono resi necessari i contributi di pochi studiosi come Mainardi, con infinita passione per il mondo animale, perché l’attenzione dei ricercatori non si concentrasse solo sul cervello umano. E le sorprese per gli studiosi di zoologia sono davvero infinite…
Il primo volume (pubblicato nel 2006) nasce dalla collaborazione televisiva con Piero Angela ed è orientato verso una gradevole dimensione narrativa, in cui l’autore riporta aneddoti e prove sperimentali che possono riguardare bestiole domestiche ma anche pesci, uccelli, rettili e altre creature più o meno esotiche. Tutte dotate di un cervello che consente loro di affrontare la lotta per la sopravvivenza. E tuttavia si tratta di dotazioni molto diverse: alcune puramente istintive, altre capaci di elaborare attività ben più complesse. Non si può dire, ad esempio, che il moscone possegga una mente quando lo vediamo sbattere contro il vetro di una finestra senza capire (come fanno molti altri animali) che basta tornare indietro per trovare un’uscita. Le api, invece, sono capaci di realizzare vere e proprie mappe con tanto di percorsi alternativi per volare sui fiori e tornare all’alveare.
Esistono intelligenze più individuali e altre collettive, sapienze di specie e di singoli individui; esistono animali che sviluppano giochi di apprendimento e altri che si basano solo sugli istinti più primitivi, ricevuti geneticamente; animali che sognano e altri che dormono senza sognare; che sanno fare di conto e altri no.
È insomma il trionfo della biodiversità, che Mainardi affronta anche nel secondo volume (uscito nel 2009) con una più spiccata sistematicità, ma senza rinunciare a racconti davvero intriganti. Tra i segni indiscutibili dell’intelligenza animale, un ruolo importante va alla comunicazione che è più evoluta nelle specie sociali. Significative le scoperte fatte sugli elefanti che comunicano anche a grandi distanze, sia con l’emissione di ultrasuoni non percepibili dal nostro orecchio, sia battendo vigorosamente le zampe sul terreno. Ma anche gli scarafaggi sono animali sociali e hanno le loro incredibili forme di comunicazione. Ovviamente i fenomeni di “trasmissione di cultura” sono molto diversi tra loro e sempre orientati alla necessità di passare istruzioni utili alle nuove generazioni.
E naturalmente questi aspetti sono più diffusi tra le specie più evolute: grandi scimmie, elefanti, delfini, per non parlare dei nostri cari compagni di vita domestica (quelli a cui “manca la parola”). Alla fine, il desiderio fondamentale di Mainardi è far capire ai suoi lettori che non è più possibile avere una mentalità antropocentrica da colonizzatori del creato: “C’è tanta sapienza nascosta nella natura, tanta intelligenza. Noi però, con la nostra mente imbottita di pregiudizi, questa sapienza non la cogliamo, non l’apprezziamo”.
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25 Mag, 2017
È online l’ultimo numero della nostra rivista “La Voce dei Senza Voce” n. 106 estate 2017 con i contributi di: Gian Marco Prampolini, Bruna Monami, David Zanforlini, Eleonora Tarantino, Francesca Di Biase, Alessandra Schiavini, Peppo Delconte. Buona lettura.
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L’editoriale di Gian Marco Prampolini
presidente LEAL
È un dato di fatto che si trovi sempre più “logico” scaricare il proprio amico a quattrozampe in mezzo a una strada. Anche questa odiosa abitudine ha un nome: maltrattamento. Ecco il perché del “Rapporto sul maltrattamento animale in Italia” che ne documenta un numero impressionante: avvenuti nel 2016, catalogati con relativa storia e iter giudiziario. La speranza è che vengano applicate giuste e severe condanne, ma quasi sempre gli esecutori materiali riescono a farla franca. È paradossale, infatti, che il nostro Governo abbia depenalizzato questi reati per snellire e velocizzare la giustizia. E allora sarà nostro dovere “recapitare” ai politici il dossier dettagliato di quanto è accaduto e continua ad accadere, per aprire quei loro miopi occhi troppo spesso complici di un simile strazio. Non scordiamoci poi, che ci siamo lasciati alle spalle la Pasqua con le consuete stragi di cuccioli di agnello. Hai voglia a sensibilizzare l’opinione pubblica, se la tv coi suoi beceri Crociani, Vissani, Cecchi Paone e politici assortiti continua a deridere gli animalisti (e non solo) che denunciano gli orrori che quotidianamente avvengono nei mattatoi, auspicando il rispetto per ogni singola vita. È violenza anche questa. Violenza verbale. Ignoranza nel voler difendere l’omertà; nell’ostinarsi a nascondere questi eccidi per salvaguardare il business della filiera della carne. Come si può schernire chi si batte contro simili atrocità? Ho avuto recentemente il privilegio di visitare alle Scuderie del Castello Visconteo di Pavia la mostra dedicata al pittore Antonio Ligabue e di immergermi nella bellezza dei suoi quadri “naïf” e nella sua profonda sensibilità verso gli animali. Un artista meraviglioso e semplice. Per un’ora mi sono purificato dai provocatori televisivi e ho capito che la “pazzia” di voler cambiare le cose sarà ancora più forte nei confronti di ogni abominio e dei loschi mandanti che ci circondano, privi di quella cultura interiore che non ha prezzo e che rende gli uomini migliori.
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15 Mar, 2017
Da “La Voce dei Senza Voce” n. 105, → sfoglia il numero online. Di Peppo Delconte.
La credenza, dominante nel mondo occidentale, secondo cui il Padreterno avrebbe conferito all’uomo il dominio assoluto su tutto il creato, ha radici storiche e culturali molto antiche.
L’analisi di queste radici e dell’evoluzione della cosiddetta “ideologia del dominio” sono il punto di partenza di “Un mondo sbagliato” dell’americano Jim Mason. E il suo sottotitolo è tanto significativo quanto allarmante: “Storia della distruzione della natura, degli animali e dell’umanità”.
Si tratta dunque di temi ormai di drammatica urgenza, che è bene affrontare senza cadere nel più cupo pessimismo ma traendone sempre maggiore consapevolezza.
Jim Mason, avvocato della Virginia impegnato da tempo nella difesa del mondo animale, è fra i primi a condurre battaglie fondamentali contro le spietate logiche degli allevamenti, dei mattatoi e dei laboratori di sperimentazione. Ma stavolta il suo grido d’allarme è assai più globale: e per questo fa appello a tutte le sue competenze in antropologia e in storia delle civiltà per arrivare a darci un quadro complessivo dei destini di tutte le specie animali, compresa quella umana, e in definitiva del nostro stesso pianeta.
Il mito della creazione, derivato dalla Bibbia, è il primo passo verso una visione dell’uomo come specie superiore con il diritto di dominare tutte le altre.
Poi, lo sviluppo della scienza e della tecnica ha permesso molti altri passi per alimentare il suo potere fino alla modernità.
A quel mito si possono collegare una serie di altri miti e di pregiudizi, in base ai quali si giustifica la riduzione in schiavitù non solo degli animali ma anche degli individui di etnie considerate inferiori, i genocidi, il potere sulle femmine e sui minori, qualsiasi altra licenza di uccidere, sottomettere o sfruttare.
Così l’autore sviluppa la critica di una civiltà che si è costruita sull’eliminazione di ogni senso di fratellanza con gli altri essere viventi e senzienti. E non sorprende affatto che nel suo percorso analitico Mason abbia coniato il termine “misoteria”: ovvero l’odio, il disprezzo, l’orrore per le bestie e per la loro natura carnale e selvatica; da opporre a quella spirituale e razionale dell’uomo.
Davanti a questa incapacità di provare sentimenti positivi in comune con i nostri fratelli animali, è facile individuare il male, la facciata negativa della civiltà umana, quella che cancella ogni giorno il sacro della natura e quindi anche la propria vantata spiritualità.
Tuttavia, sostiene Mason, una strada diversa è percorribile: “La sete di dominio non è iscritta nel nostro codice genetico. Non siamo condannati se non da noi stessi a diventare quelli che siamo”.
Questa strada diversa, comincia chiaramente dalla necessità di trasformare la misoteria in amore. È una lettura, questa, non sempre facile ma indispensabile per tutti coloro che su questa strada vogliono davvero incamminarsi. Speriamo non siano in pochi.
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22 Feb, 2016
È online l’ultimo numero della nostra rivista “La voce dei senza voce” n. 101 primavera 2016, nella nuova veste grafica curata da Franco Gaffuri Agenzia di Comunicazione. In questo numero i contributi di: Gianmarco Prampolini, Stefano Bianchi, Vanna Brocca, Valeria Roni, Alessandra Schiavini, Bruna Monami, Luigi Mantovani, Peppo Delconte.
Sfoglia online “La voce dei senza voce” n. 101
Editoriale di Gianmarco Prampolini
presidente LEAL
NO ALLA STRAGE DEGLI INNOCENTI
A Pasqua, penso all’orrida e macabra strage degli agnelli. Recandomi a Roma in treno, osservavo dal finestrino l’aumentare delle greggi: macchie bianche che come piumini si muovevano al vento. Tutte vicine, quasi a presagire il loro triste destino. All’Università La Sapienza, ho partecipato a un convegno sui metodi alternativi che avrebbe dovuto avvicinare il mondo scientifico a favore della sperimentazione animale a quello degli antivivisezionisti, sempre più concreti nell’esporre con dati inconfutabili la sua inutilità. In sostanza, il nuovo contro il vecchio.
Ma torniamo agli agnelli, vittime sacrificali insieme a caprette, pecore e conigli. Il modo lo si trova sempre, pur di tingere di rosso sangue una tradizione pagana che non ha nulla di religioso.
Ho voluto parlarvi di tutto ciò poiché al convegno romano la farsa dei vivisettori (e di chi nonostante giustificate considerazioni con acute riflessioni ritiene ancora indispensabile il sacrificio degli animali) ha raggiunto il culmine quando questi signori hanno dichiarato di prendersi a cuore il loro benessere, spiegando che nei loro laboratori le scimmie sono talmente collaborative da porre il braccio fuori dalla gabbia per farsi prelevare il sangue. Per non dire di quei primati che socializzano coi medici; i quali, amorevolmente, danno loro della frutta. Insomma, un mondo dorato e felice. Se l’animale è a proprio agio, il test riuscirà al meglio. Poco importa se le scimmie verranno trapanate nel cervello per inserire elettrodi causando sofferenze d’ogni tipo: convulsioni, spasmi, vomito. E poco importa se verranno immobilizzate sulle sedie di contenzione a seconda dell’esperimento, per poi essere uccise dopo mesi di torture.
Per dovere di cronaca, si è parlato anche dell’aspetto legale: di nuove regole e cavilli che comunque danno sempre pieno potere ai ricercatori. Nessuna volontà di cambiamento. Quando da parte dei vivisettori sento parlare di benessere animale e ripenso a quegli agnellini vicino alle loro mamme, provo una gran rabbia nei confronti della razza umana e mi vergogno di farne parte. Non ci sarà mai un punto d’incontro con chi infligge violenza e soprusi a queste creature. La Pasqua è uno dei tanti pretesti per infierire ancora di più su di loro.
E non dobbiamo mai dimenticare che i mattatoi e i loro aguzzini lavorano sempre. Mattatoi + laboratori di ricerca = un vero “macello”.
Permettetemi infine un saluto al mio Tommy, che dopo 16 anni mi ha lasciato. Spero che adesso sia in un mondo migliore.
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