Dopo anni di battaglie nelle piazze e nelle aule istituzionali, l’Unione Europea ha tracciato una linea: entro la metà del 2029, i detersivi e prodotti che usiamo quotidianamente non dovranno più essere testati sulla pelle e negli occhi degli animali. Ma è davvero la fine di un incubo o ci troviamo davanti a un pericoloso “déjà-vu”?
Si tratta di un traguardo che LEAL e le altre associazioni chiedono da decenni: l’obbligo di utilizzare metodi sostitutivi scientificamente validati, abbandonando pratiche crudeli e ormai superate dalla scienza moderna.
LEAL invita alla massima vigilanza e alla cautela. Il timore è che si ripeta il paradosso già visto con i prodotti di bellezza. Dal 2013 i test per i cosmetici sono vietati, eppure migliaia di animali continuano a morire a causa del regolamento REACH.
Il problema è tecnico ma reale: se un ingrediente di un detersivo viene classificato come “sostanza chimica ad alto volume”, L’ECHA (Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche) https://echa.europa.eu/it può comunque richiederne la sperimentazione animale per valutare i rischi sui lavoratori o sull’ambiente. Di fatto, una legge (il REACH) può cancellare i progressi di un’altra (il Regolamento Detergenti).
Ma la protezione dell’ambiente e della salute umana non può più passare per il sacrificio animale.
È inaccettabile che nel 2029 si possa ancora parlare di ‘deroghe’. Se un ingrediente è sicuro per l’uomo secondo i metodi cruelty-free, non deve esserci alcun cavillo burocratico nel REACH che ne giustifichi il test su un animale. La scienza dispone oggi di modelli **in vitro** e algoritmi predittivi che sono più affidabili della tortura di un coniglio.
Dal 2029: Vietato testare il mix finale (il flacone che comprate al supermercato) su animali. Un passo fondamentale, anche se già ampiamente evitato dalle aziende più etiche.
Finché il REACH non verrà riformato radicalmente, la protezione “assoluta” resta un miraggio. Arriverà il Passaporto Digitale del Prodotto, che permetterà di conoscere meglio la composizione chimica, ma che dovrà essere vigilato per garantire che non nasconda test avvenuti “per altri scopi”.
LEAL continuerà a monitorare l’iter di implementazione di questa norma. La data del 2029 è un impegno che l’Europa ha preso con i suoi cittadini: non permetteremo che diventi l’ennesima promessa infranta dietro il paravento della burocrazia chimica.
La ricerca consiste nel prendere dei topi sani e causare loro paralisi attraverso lesioni gravi al midollo spinale. Dopo aver reso invalidi gli animali i ricercatori hanno fatto diversi tentativi di terapia fino a mettere a punto un gel iniettabile che secondo quanto pubblicato dalla rivista… Nel corso della sperimentazione, i ricercatori hanno somministrato il trattamento (o un placebo a base di soluzione salina) a 76 topi paraplegici, un giorno dopo la lesione iniziale… come riportato dalla rivista Science.
Venti di guerra per chi ha da sempre difeso gli animali da qualsiasi abuso a partire dalla vivisezione. Dalla XIV Commissione Politiche Europee della Camera qualcuno ha deciso di vanificare una nostra grande vittoria: la sospensione dei test cosmetici sugli animali costata anni di lotte animaliste. La grande conquista che salvò la vita a milioni di animali fu ottenuta nel 2004 quando l’Unione Europea vietò i test animali per i cosmetici finiti per poi estendere nel 2013 il divieto di testare sugli animali anche i singoli ingredienti in essi contenuti.
Ora, dopo decenni di battaglie, l’Echa e la Commissione Europea hanno stabilito che persino gli ingredienti utilizzati esclusivamente nei cosmetici possono venire testati sugli animali ai sensi del Reach (il Regolamento registrazione, valutazione, autorizzazione e restrizione delle sostanze chimiche) in caso di esposizione dei lavoratori durante il processo di fabbricazione.
Esistono alternative sicure ai test cosmetici
Non si riesce a capire la ragione di questa retrocessione visto che già esiste una estesa e solida conoscenza della tossicità dei numerosi ingredienti utilizzati nella formulazione dei cosmetici. È impensabile tornare a torturare gli animali sottoponendoli a crudeli test di irritazione cutanea e oculare, studi sull’ingestione forzata e sulla dose letale per stabilire l’eventuale pericolosità degli ingredienti. Esistono alternative sicure costituite dai modelli in vitro, modelli di pelle umana ricostruita o metodi che sfruttano applicazioni informatiche di grande precisione. Ci rifiutiamo di tornare ai laboratori degli orrori anche per la cosmesi!
A → questo link l’interessante intervento del 29 novembre 2020 del professore Marco Mamone Capria, presidente della Fondazione Hans Ruesch, dal titolo “Cavie. Possiamo fare a meno della sperimentazione animale?”.
La Direttiva 2010/63/Ue ha favorito la diminuzione degli animali usati nella ricerca, in Italia come in molti altri Stati. Ma uno studio pubblicato su Bmj Open Science dimostra che si potrebbe fare di più: i dati raccontano che il numero degli animali sacrificati non si riflette nel numero di articoli scientifici pubblicati: in tre dipartimenti dello University Medical Center Utrecht (Umcu), nei Paesi Bassi, la maggior parte degli animali utilizzati nella sperimentazione nel biennio 2008-2009 non sono stati considerati negli articoli scientifici pubblicati in seguito. Gli autori credono che questo succeda anche in altre istituzioni e in altri Paesi. Perché accade e come si può migliorare questa situazione?
SE I CONTI NON TORNANO… Il progresso scientifico si basa sulla sperimentazione. È il metodo scientifico: si osserva un fenomeno, ci si pone delle domande, quindi si formula un’ipotesi che lo spieghi. Per verificare l’ipotesi scaturita si progetta un esperimento, se ne definiscono con attenzione i protocolli per assicurarne la riproducibilità, si conducono le analisi, si raccolgono i risultati che vengono quindi interpretati per giungere a una conclusione. Tutto questo non rimane tra le mura del laboratorio ma viene pubblicato sulle riviste scientifiche, affinché altri ricercatori possano usare queste informazioni per i propri studi. Purtroppo non sempre si raggiunge questa fase finale. Se non condiviso, il lavoro svolto diventa uno spreco di tempo, energie e denaro.
Nella ricerca biomedica, però, si può trasformare anche nel sacrificio inutile di esseri viventi. Gli autori dell’articolo pubblicato su Bmj Open Science hanno selezionato i protocolli per studi su animali approvati dal University Medical Center Utrecht nel 2008 e 2009 per capire quanti avessero portato a dati scientifici pubblicabili entro 7 anni, un intervallo di tempo ragionevole per l’eventuale sviluppo della ricerca, ossia il follow up.
I risultati sono stati amari: il 60% di tutti i protocolli ha portato, alla fine, a non più di una pubblicazione. In questi studi è stato utilizzato un totale di 5.590 animali e solo il 26% è stato riportato nelle pubblicazioni trovate.
QUANDO I MORTI NON SI CONTANO… Perché i risultati di alcuni studi non vengono pubblicati? A volte sono reputati poco interessanti, altre i dati non sono significativi statisticamente o fanno parte di un progetto pilota. Può anche capitare che ci siano problemi tecnici con i modelli animali. Nel mondo della ricerca spesso si evita di condividere i fallimenti, un pregiudizio (bias) che influenza gli autori così come i referee, coloro che controllano e revisionano i lavori prima della pubblicazione. Condividere i propri protocolli e risultati in ogni caso, invece, permetterebbe di evitare di inciampare negli stessi errori, e di non ripetere sbagli che qualcuno ha già commesso.
Ricerca senza test sugli animali: due italiani tra i vincitori del Lush Prize. Domenico Gadaleta (Istituto Mario Negri) e Edoardo Carnesecchi (Università di Utrecht) portano avanti studi sugli effetti di sostanze chimiche usando intelligenza artificiale e simulazioni computerizzate: “Sono più efficaci, più etiche e meno costose”.
Big data e intelligenza artificiale possono essere una valida alternativa alla sperimentazione animale nella ricerca, in particolare nel campo della tossicologia. È questo il leit motiv dell’edizione 2020 del Lush Prize, il concorso internazionale promosso dall’azienda fondata da Mark Constantine, sempre in prima linea nelle battaglie per i diritti civili, per la sostenibilità ambientale e per la tutela degli animali.
Il contest, varato otto anni fa, eroga ad ogni edizione 250mila sterline a favore di ricercatori che conducono progetti con metodologie alternative all’impiego di esseri viventi. E a questo giro tra i vincitori ci sono anche due italiani, entrambi si sono distinti della categoria Giovani Ricercatori e hanno ricevuto un premio di 10mila sterline.
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