30 Giu, 2020
Articolo a firma di Francesca Di Biase estratto dall’ultimo numero della nostra rivista “La Voce dei Senza Voce” n. 117 primavera 2020, con i contributi di: Gian Marco Prampolini, Mirta Baiamonte, Francesca Di Biase, Piero M. Bianchi, Giovanna Tarquinio, Silvia Premoli. Buona lettura.
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Francesca Di Biase
educatore e formatore cinofilo
ABC DOG Team A.S.D. | 3339240420
PAROLE CHE SEMBRANO SIMILI, CONCETTI COMPLETAMENTE DIVERSI.
Molte delle famiglie che condividono la propria vita con un quattro zampe sono accomunate dal desiderio di voler “addestrare il cane”. Ma cosa significa esattamente la parola “addestrare”? Etimologicamente vuol dire “rendere destro e/o abile”. In ambito cinofilo rappresenta l’adattare doti innate del soggetto tramite degli insegnamenti per utilizzarle nello sport, come ad esempio il disc dog nel quale il cane insegue e afferra un frisbee soddisfacendo la motivazione predatoria attraverso il gioco con il proprio partner umano, oppure nell’utilità, come i cani da soccorso dove si servono del proprio fiuto (senso estremamente sviluppato) per trovare persone disperse, soddisfacendo la motivazione di ricerca attraverso una stretta collaborazione con il conduttore.
Si “addestra” quindi un cane, non per imporgli un lavoro, bensì per incanalare doti già presenti nel suo DNA (che non potrebbero altrimenti essere inculcate) in un compito definito che impara a svolgere con le regole che gli vengono insegnate gradualmente attraverso un allenamento costante fondato per lo più sul gioco e sulla gratificazione.
Se un cane avesse una scarsa motivazione predatoria non avrebbe interesse a inseguire oggetti in movimento (es. il frisbee) o a ricercare una traccia in un bosco (es. il disperso), se non provasse grande soddisfazione dal lavoro di fiuto, e l’addestramento risulterebbe inefficace.
Diverso è invece il termine “educare” che etimologicamente significa “tirar fuori” attraverso l’insegnamento mirato ad ampliare la capacità di esprimersi grazie alla conoscenza del mondo, allo sviluppo delle facoltà mentali e all’apprendimento. L’educazione rivolta al cucciolo e/o al cane in età adulta, è dunque quell’insieme di insegnamenti utili a far sì che il soggetto proponga per scelta comportamenti ben accetti nella società umana.
Un cane educato è un cane che può godere appieno della relazione in famiglia poiché gli saranno stati dati tutti gli elementi necessari per vivere serenamente il tempo dentro e fuori casa. L’educazione di un cane passa da molteplici attività pedagogiche, quali:
– intraspecifiche: per imparare a stare bene in mezzo ad altri cani. Questo non significa che si possa insegnare al proprio cane a giocare o ad essere socievole con tutti i cani che incontra, ma vuol dire sapergli dare le giuste opportunità di confronto ed il giusto supporto per poter sostenere la condivisione degli spazi con i propri simili senza dover attaccar briga con tutti, averne timore o soffrire di elevato stress, grazie all’apprendimento di modalità comunicative consone;
– interspecifiche: per imparare ad accettare la presenza di altre persone, oltre ai propri familiari, che possano essere bambini, anziani ecc. Questo grazie ad un buon impegno da parte della famiglia non solo per gestire correttamente l’accesso di ospiti in casa, ma anche una sosta al bar o una cena al ristorante, tenendo sempre conto di scegliere luoghi consoni e delle capacità di adattamento del quattro zampe coinvolto, nel rispetto della sua emotività;
– ambientali: per imparare a reggere il peso del contesto urbano in cui molto spesso i cani di città sono costretti a vivere. Le auto, il traffico, le sirene, i cassonetti, le biciclette, i rumori improvvisi, fanno parte della nostra quotidianità, ma per i cani sono tutti stimoli che devono essere vissuti nel modo corretto e nelle giuste tempistiche fin dalla tenera età, per evitare traumi emotivi importanti;
– comunicative uomo-cane: per imparare a seguire direzioni e ascoltare richieste utili nella normale routine. Dare questo tipo di nozioni a un cane è importante per fornirgli gli strumenti da poter utilizzare ogni volta che si rendano necessari. “Di qua” per superare insieme un ostacolo durante la passeggiata al guinzaglio, come può essere un palo della luce; “Fermo” per sostare in attesa di attraversare la strada; “Andiamo” per procedere nella camminata insieme; “Guardami” quando in lontananza si intravede il cane nemico in quartiere; “Vieni” quando dobbiamo richiamare il nostro cane che abbiamo liberato per una corsa in un prato. La comunicazione verbale è fondamentale e se usata correttamente con toni calmi unitamente a posture chiare e mai invadenti risulterà al cane semplice ed efficace.
Tutte queste attività, proposte con approcci gentili e cognitivi, pongono i familiari nel ruolo di essere fin da subito i suoi educatori, proprio come lo sono i genitori con i propri figli, e permette di diventare guida di cui fidarsi, alla quale affidarsi e con la quale crescere.
Ecco perché esiste la figura dell’educatore cinofilo che pone le sue conoscenze al servizio delle persone decise a condividere la vita di ogni giorno con un cane. L’educazione passa quindi inevitabilmente dalla formazione dei partner umani che dovranno essere “educati ad educarlo”. È importante che negli incontri siano presenti tutti i componenti con cui il cane vive: papà, mamma, nonni, bambini. E se questo non fosse possibile, è necessario che chi presenzia alle sessioni, informi gli assenti delle giuste modalità educative per ciascun argomento affrontato durante il percorso.
Attenzione invece ai metodi educativi basati su coercizione e violenza fisica e/o psicologica. Le “metodologie di una volta” (ormai superate, ma purtroppo ancora presenti) insegnano il timore, la paura e la sottomissione forzata. Sono insegnamenti generalizzati sul cane che non considerano l’individualità del soggetto, l’età, il carattere, l’emotività, ma solo il fine: l’ubbidienza a comando qualunque sia il suo stato d’animo.
La cinofilia ha fatto grandi progressi grazie a studi condotti sulla psicologia del cane, sulle capacità di apprendimento e di provare sentimenti molto simili a quelli umani. Per questo motivo i percorsi educativi devono essere cuciti su misura non solo del cane, ma anche della famiglia e dell’ambiente in cui vive.
Se ce ne fosse la necessità, rivolgiamoci ad educatori cinofili che abbiano ben chiara la differenza tra addestrare ed educare, ma anche tra educare con approcci gentili o con metodologie obsolete, che siano consapevoli delle capacità di pensiero del cane e del fatto che non esista un cane uguale ad un altro, non uno che apprenda negli stessi tempi di un altro o che reagisca agli eventi con la stessa emotività di un altro. Scegliamo con la certezza che gli insegnamenti che ci vengono offerti siano fondati sul rispetto dell’alterità animale, ma anche sulla conoscenza comprovata da studi e anni di esperienza. Pensiamo ad educare il nostro cane con le stesse accortezze con la quale educheremmo un bambino e saremo sulla strada giusta, perché ogni cane è unico e speciale nel suo essere semplicemente cane.
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12 Giu, 2020
Articolo a firma di Pietro M. Bianchi estratto dall’ultimo numero della nostra rivista “La Voce dei Senza Voce” n. 117 primavera 2020, con i contributi di: Gian Marco Prampolini, Mirta Baiamonte, Francesca Di Biase, Piero M. Bianchi, Giovanna Tarquinio, Silvia Premoli. Buona lettura.
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Pietro M. Bianchi
medico veterinario
Clinica Sempione Milano 02.33605150
SE IL CIBO È UN PROBLEMA
“Noi siamo quello che mangiamo”: così recita un antico motto popolare che nasconde una certa parte di verità.
Sebbene sia riferita alla nostra specie, in realtà il suo significato è valido anche per cani e gatti: noi non siamo poi così diversi da loro. Se correttamente nutriti i nostri amici si dimostrano più sani e più longevi, come più volte hanno sottolineare in questi ultimi anni i nutrizionisti canini e felini.
Il legame tra alimentazione e salute, tuttavia, nasconde a volte delle correlazioni che esulano dalla qualità e dalla quantità della razione, così come dai processi di digestione e assimilazione: è il caso, per esempio di allergie alimentari, intolleranze dietetiche e reazioni avverse al cibo, fenomeni che, ben noti e documentati nel cane e nel gatto, stanno diventando più frequenti rispetto al passato.
Cercare di capire, qualora i nostri cani o gatti dovessero avere dei problemi, se le cause del loro malessere derivano dall’alimentazione è essenziale per trattarle nel modo più corretto.

ESISTONO DIVERSI TIPI DI DISTURBO
Le cosiddette “reazioni avverse” al cibo sono risposte anomale che l’organismo di cani e gatti mette in atto dopo avere ingerito ingredienti alimentari o di additivi di diverso genere e che comprendono, a loro volta, differenti disturbi, siano essi su base immunologica oppure no.
L’intolleranza alimentare è una reazione avversa che si instaura senza che vi sia una corrispondente forma di allergia. Diverso è il caso dell’ipersensibilità, che nasconde un meccanismo di tipo immunitario: l’alimento, in tal caso, si comporta da allergene e determina una risposta degli anticorpi da parte del sistema immunitario dell’animale.
Vi sono, poi, altre denominazioni, quali l’idiosincrasia al cibo (reazione abnorme che non presuppone meccanismi di tipo immunologico), l’anafilassi al cibo (forma allergica, in grado di causare uno shock anafilattico), le reazioni metaboliche al cibo (che possono essere legate a un ingrediente o a un’alterazione a carico del metabolismo), le reazioni farmacologiche al cibo (dipendenti da sostanze chimiche presenti nell’alimento), le tossinfezioni alimentari (avvelenamenti causati da tossine presenti nel cibo o prodotte da microrganismi contaminanti); tutte queste forme riconoscono come responsabile del problema uno o più ingredienti della dieta.
CI SONO I SINTOMI ALLA PELLE…
Ricerche condotte negli ultimi anni dai medici veterinari esperti in dermatologia hanno messo in evidenza come una buona parte delle affezioni cutanee di cani e gatti siano da mettere in relazione a problemi di natura alimentare. Il sintomo predominante, in questi casi, è il prurito: l’animale si lecca con la lingua, si mordicchia con i denti, si gratta con le unghie delle zampe posteriori e sfrega alcune parti del suo corpo contro superfici ruvide.
Questi tentativi di alleviare il prurito generano a loro volta arrossamenti, caduta del pelo e ferite, che creano poi croste e piaghe, che diventano facilmente preda di infezioni secondarie della pelle. La localizzazione di tali lesioni può essere molto variabile, anche se più spesso sono interessate le parti ventrali del corpo (le ascelle, l’inguine, l’interno delle cosce) e le zampe (soprattutto gli spazi interdigitali).
…I SINTOMI GASTROINTESTINALI…
Le reazioni avverse al cibo possono determinare in cani e gatti anche sintomi di tipo gastrointestinale, talvolta associati (non sempre, però) alle alterazioni della pelle prima descritte. Questi segni clinici possono essere poco o molto rilevanti, a seconda dei casi.
Il vomito, relativamente frequente, consiste nell’espulsione del cibo parzialmente digerito e quindi, evidentemente, ha un aspetto ancora piuttosto riconoscibile; più di rado, tuttavia, può accadere che vengano inviati all’esterno contenuti gastrici liquidi, viscosi o schiumosi, di colore bianco o giallastro.
Più spesso, però, il sintomo predominante è la diarrea: le feci possono essere prive di forma o decisamente fluide; il sangue è piuttosto comune, specialmente se gli episodi di diarrea sono frequenti e gravi, associati a un grosso sforzo di espulsione.
In certi casi, poi, possono essere presenti (anche o solo) borborigmi (cioè rumori intestinali e brontolii di pancia), flatulenze (emissioni di gas più o meno puzzolenti), coliche (l’animale tende a muoversi poco e presenta addome contratto) e prurito nella zona anale.
…E I SINTOMI DI ALTRO GENERE
Sebbene molto spesso le reazioni avverse al cibo si manifestino con problemi di tipo dermatologico o gastrointestinale, può anche accadere di assistere alla manifestazione di sintomi a carico di altri organi. La localizzazione di tali reazioni all’apparato respiratorio, pur se rara, può essere caratterizzata da starnuti, episodi di broncocostrizione (riduzione del lume delle basse vie aeree, che comportano difficoltà nell’introduzione dell’aria nei polmoni) e colpi di tosse.
Sono state descritte, inoltre, convulsioni (impropriamente chiamate crisi epilettiche, in quanto non determinate da una forma di epilessia), caratterizzate da perdita di coscienza, movimenti a scatto delle zampe anteriori e posteriori, perdita involontaria di saliva, urina e feci.
A volte le reazioni avverse al cibo comportano disturbi a livello degli occhi, come per esempio infiammazione congiuntivale, lacrimazione eccessiva, prurito e presenza di secrezioni anomale.
Allo stesso modo, anche le orecchie possono essere direttamente interessate: la comparsa di arrossamenti, otiti (cani e gatti scuotono con fastidio il capo e tendono a grattarsi ripetutamente le orecchie con le zampe posteriori) e secrezione ceruminosa possono infatti essere indicative anche di un disturbo su base alimentare.
COME SI RICONOSCONO LE REAZIONI AVVERSE AL CIBO
La comparsa dei sintomi descritti deve sempre far sospettare la presenza di un problema legato all’alimentazione. Per rendersene conto è opportuno escludere altre cause di malattia, quali per esempio infezioni, parassitosi, allergie, avvelenamenti e così via. È consigliabile quindi fare quanto prima gli esami specifici, necessari per il riconoscimento del problema.
Sebbene per le persone siano una routine, i test cutanei (intradermoreazione) in cani e gatti non danno sempre risultati attendibili: per questo non tutti i medici veterinari dermatologi sono concordi sulla loro utilità.
Le analisi del sangue hanno il vantaggio della semplicità di esecuzione e forniscono risultati più accurati rispetto alle prove allergiche cutanee: il loro limite, tuttavia, è rappresentato dal fatto che non tutti i casi di reazioni avverse al cibo sono su base allergica o immunitaria. Ne consegue che i casi di intolleranza determinati da forme di ipersensibilità possono sfuggire.
Il modo migliore per individuare il problema è la cosiddetta dieta da privazione o da eliminazione.
LA DIETA DA PRIVAZIONE
Per mettere in atto una dieta da privazione si devono scegliere due fonti alimentari – proteine e carboidrati – con le quali l’organismo del cane e del gatto non è mai venuto in contatto.
Le proteine possono essere di origine animale oppure vegetale, mentre per quel che riguarda i carboidrati ci si indirizza di solito su avena, orzo, farro o patate. Gli ingredienti vanno ben cotti ed è indispensabile non dare all’animale assaggi di altro genere nel corso della giornata. In alternativa, si possono utilizzare alimenti preconfezionati specifici (mangimi ipoallergizzanti), reperibili nei negozi per animali.
La dieta da privazione va somministrata per quattro-otto settimane consecutive, verificando se i disturbi tendono a scomparire del tutto. Dopo tale periodo e senza sintomi, si comincia ad aggiungere un nuovo ingrediente alla volta per periodi di una settimana, valutando il risultato.
In questo modo ci si rende facilmente conto se un determinato cibo provoca o meno problemi. La cura delle reazioni avverse al cibo comporta, infatti, l’eliminazione degli ingredienti responsabili dei disturbi, ma per poterlo fare si deve sapere con precisione quali sono i cibi che scatenano le reazioni avverse.
Nelle fasi iniziali, quando i disturbi sono rilevanti oppure vi sono delle complicazioni, può essere raccomandabile somministrare all’animale, su consiglio del medico veterinario di fiducia, farmaci (anti-prurito, antibiotici, fermenti lattici e così via) che attenuino la gravità dei segni clinici esibiti dal nostro amico a quattro zampe.
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17 Apr, 2020
È online l’ultimo numero della nostra rivista “La Voce dei Senza Voce” n. 117 primavera 2020 con i contributi di: Gian Marco Prampolini, Mirta Baiamonte, Francesca Di Biase, Piero M. Bianchi, Giovanna Tarquinio, Silvia Premoli. Buona lettura.
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L’editoriale di Gian Marco Prampolini
Presidente LEAL
Abbiamo “rotto le uova nel paniere”.
Un paniere molto ricco quello dei ricercatori vivisettori, se si considerano i fiumi di danaro che raccolgono con le fondazioni per la ricerca, tra contributi statali, pubblici, privati e dai finanziamenti europei, com’è venuto alla luce, a seguito della vicenda dei macachi.
La grande mobilitazione delle associazioni antivivisezioniste e animaliste in questi ultimi mesi, ha portato alla ribalta, con manifestazioni e articoli sui giornali, per coinvolgere anche l’opinione pubblica, non solo il caso in sé dei macachi detenuti nei laboratori di ricerca dell’Università di Parma, ma per dirottare l’attenzione verso una problematica ben più complessa, che riguarda la battaglia contro la sperimentazione animale come metodologia di ricerca. Una ricerca che coinvolge, secondo i dati statistici del 2017, decine di migliaia di animali nei laboratori solo in Italia: una strage.
In Italia è stata approvata una modifica, alla Direttiva Europea 2010/63, per imporre norme decisamente più restrittive e severe nell’impiego di animali a loro tutela, limitandone anche il numero, per favorire la ricerca di metodi sostitutivi al loro impiego.
Al momento in cui scrivo tutto è ancora fermo dal 2014 per continui rimandi fino al 31 dicembre 2020. In vista del suo scadere, rettori di università e ricercatori preoccupati, anche a seguito del “violento attacco” scatenato dagli animalisti, in febbraio hanno inviato una lettera aperta al Presidente del Consiglio Conte, per impedire l’approvazione, ribadendo la “necessità” di adeguarsi alle norme europee, con l’intento di cancellare un decreto che invece ha illuminato altri Paesi, in quanto aprirebbe nuove frontiere investendo in una ricerca scientifica evoluta, affidabile nei risultati per il benessere umano ed etico. È una grave minaccia per le conseguenze drammatiche che subirebbero ancora gli animali, la nostra salute e la ricerca stessa.
Abbiamo bisogno di essere ancora più sostenuti per portare avanti la nostra battaglia.
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16 Gen, 2020
Articolo a firma di Mirta Baiamonte, referente scientifico LEAL, estratto dall’ultimo numero della nostra rivista “La Voce dei Senza Voce” n. 116 inverno 2019 con i contributi di: Gian Marco Prampolini, Mirta Baiamonte, Francesca Di Biase, Piero M. Bianchi, Giustina De Rosa, Giusi Terrazzino, Stefania Sbarra, Domenico Marrulli, Elvira Giancaterino, Silvia Premoli. Buona lettura.
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Mirta Baiamonte, PhD
Referente scientifico LEAL
Presidente Penco Bioscienze
Presidente IVF Mediterranean Center
Vicepresidente Limav Italia
Dopo anni di assoluto fallimento di metodi di ricerca basati sulla sperimentazione animale/vivisezione, incentrati ad indossare un vestito “risolutivo”per le patologie che ad oggi affliggono la specie animale “uomo”, è importante evidenziare quali siano alcuni dei metodi di ricerca Human Based considerati dal mondo scientifico H.B.R.S. Human Based Research Science, il futuro già attuale dello studio serio nell’ambito della medicina umana, della biologia umana e della genetica umana.
Tipologia metodi sostitutivi basati su ricerca human based
Le metodologie presenti ad oggi, in aggiunta ad esempio, ad organi on chip, stampa organi in 3D, godono di molti protocolli di ricerca human based. Di seguito la descrizione di alcuni di essi.
1) Realizzazione di monostrati (monolayer) di cellule di vari tessuti umani che vengono prelevate, centrifugate, isolate e sottoposte a sistemi di adesione su superfici predisposte (plastiche non tossiche come pareti di fiasche da 50 ml della Falcon o della Nunc) dove mediante terreni di coltura vengono nutrite quotidianamente, poste in Incubatori per colture cellulari con temperatura tarata a 37 gradi centigradi, CO2 al 5-6%, in condizioni di assoluta sterilità, gestite esclusivamente da biologi, biotecnologi o embriologi specializzati sul campo. La loro capacità riproduttiva varia da tessuto a tessuto, a seconda del distretto anatomico di prelievo, in termini di velocità di riproduzione (clonazione di se stesse) ed in termini di scelta di terreni di coltura come componente nutritiva. Questi sistemi consentono di studiare il comportamento fisiologico dei tessuti presi in esame e comprenderne bene le variazioni funzionali che divengono patologiche.
2) Procedure di biopsia di tessuti riproduttivi per tecniche di cryoconservazione in azoto liquido a -196 gradi centigradi, al fine di preservare la stabilità dell’architettura tissutale e potere, dopo opportuna procedura di scongelamento, studiarne le funzioni riproduttive fisiologiche e di eventuale reinnesto in sede anatomica per comprenderne le funzioni organiche in forma basale o in sede patologica, studiandone in vitro tutti i principi attivi come radicali liberi, causa di stress ossidativo, tossicità, invecchiamento del tessuto e produzione conseguenziale di essudati. Tali aspetti citati costituiscono la base di cause di alterazione funzionale del tessuto interessato dal danno, che all’interno dell’organo stanno alla base del cattivo funzionamento dello stesso, provocando le diverse patologie oggetto di studio nei diversi progetti di ricerca.
3) Tecniche di reinnesto di tessuto ovarico in sede non anatomica, per comprenderne la funzionalità, essendo un tessuto in grado di riprendere le proprie funzioni anche fuori dalla cavità del Douglas (piccola pelvi), cioè sul deltoide, sul muscolo della gamba o sul muscolo dell’addome. Studiarne il comportamento in vivo dopo reinnesto con induzione follicolare farmacologica in sede non anatomica e recupero degli ovociti per valutarne la possibilità nell’essere fecondati in vitro con tecniche di procreazione medicalmente assistita in donne infertili, studiando alla base il funzionamento del tessuto ovarico in presenza di patologie come la Pcos (Sindrome da Policistosi Ovarica), l’Endometriosi. La ricerca su gameti e tessuti umani sostituisce da sempre la sperimentazione animale su embrioni ovini e murini. La ricerca su embrioni umani è vietata in Italia dalla Legge 40/2004.

4) protocolli basati sul lavoro di equipe tra embriologi e ingegneri biomedici, o tra biologi biomolecolari e ingegneri biomedici per mantenere in vita in vitro biopsie di tessuti umani su cui sia stato riprodotto il sistema circolatorio con sangue sintetico ed il sistema nervoso mediante impulsi elettrici, umano-mimetici. Questi sono Sistemi di studio in vitro per la funzione dei tessuti malati confrontati con tessuti sani.
5) Sistemi di co-colture di monolayer di cellule della granulosa provenienti da tube di pazienti infertili su cui vengono posti a sviluppare zigoti umani (ovociti fecondati alle 24 h) per velocizzare ed implementare la qualità di clivaggio embrionario sino allo stadio di blastocisti, ultimo stadio di sviluppo dell’embrione umano in vivo e in vitro, competente per attivare una gravidanza mediante impianto su endometrio umano.
6) Sistemi di co-coltura di cellule endometriali umane su cui studiare i meccanismi di scambio metabolico tra blastocisti ed endometrio immediatamente prima dell’impianto per comprenderne i meccanismi quali abortività su base immunologica o fallimento di impianti ripetuti dopo (n) volte di embryo transfer effettuati senza esito di gravidanza.
7) Sistemi di coltura di cellule staminali mesenchimali (Mesenchimal Stem Cells – MSC) da sangue cordonale, estratte ed isolate tramite centrifugazione per suddividere le cellule vive dalle cellule già in apoptosi (morte cellulare programmata) o in necrosi da fattori esterni, per potere clonarne la popolazione e cryoconservarla in aliquote allo scopo di effettuare studi sulla capacità di riproduzione di tessuti umani differenti per tipologia per applicazioni riparative su traumi versus ricerca per ottimizzare gli effetti clinici risolutivi sull’uomo. Le Mesenchimal Stem Cells sono cellule derivanti in fase embrionale dal mesoderma, uno dei tre foglietti embrionali, e sono studiate oggi in seno alle tecniche di riproduzione dei tessuti umani in laboratorio all’interno di Bio Banche, strutture laboratoristiche altamente sofisticate per sistemi di assoluta sterilità, per sistemi di aerazione sterile e di filtri Hepa particolarmente dedicati che garantiscono la purezza dell’aria, vedi ad esempio il Coda Tower, strumento in supplemento nei laboratori di embriologia umana e nelle Bio Banche, per scongiurare qualsiasi tipo di contaminazione che porterebbe al fallimento delle procedura e a sistemi di contaminazione gravi, difficilmente debellabili in breve tempo. Nelle Bio Banche i ricercatori sono altamente specializzati in ricerca human based ed il livello di tecnologia è elevatissimo sia in termini di strumentazione sia in termini di impiantistica e strumentazione. Le MSC di origine umana oggi sono studiate in modo molto preciso perché è stato dimostrato essere in possesso di “plasticità”: dopo che si è venuta a creare una lesione presso un distretto anatomico, le cellule sane di quel tessuto danneggiato hanno il compito di richiamare tramite il sistema linfatico cellule staminali da distretti diversi anche anatomicamente molto lontani. Tali cellule richiamate hanno la capacità di trasformarsi in cellule di quel tessuto, sede di danno e richiamo, grazie al condizionamento da parte di mediatori chimici trasmessi mediante le membrane cellulari dalle cellule sane poste attorno alla lesione alle “nuove arrivate” originariamente costituenti di un’altra tipologia di tessuto umano. È ormai dimostrato che la cellula staminale non ha mai definitivamente subito modificazioni irreversibili, che non la possano mettere nelle condizioni di potere modificare il proprio adattamento ad un contesto architettonico tissutale diverso da quello suo di origine.

8) Microbioma umano: insieme della popolazione di miceti (funghi), virus e batteri che vivono in simbiosi e quindi fisiologicamente con il corpo umano. Presenti in diversi distretti anatomici: colon tutto, retto, vagina, pelle, parete gastrica, bocca, gola, cervello. La loro soglia fisiologica, in termini di titolo di popolazione basale (che varia da ceppo a ceppo), comporta lo stato di salute del nostro corpo, garantendo anche mediante produzione di interleuchine un sistema immunitario sano. Studi su microbioma umano di pazienti affetti da diverse patologie, infertilità inclusa, stanno ampiamente dimostrando la forte ed esclusiva a volte dipendenza dall’asset del microbioma, inteso come variazione dalla condizione fisiologica. Ciò significa che la variazione in eccesso o in difetto della popolazione fisiologica come titolo, comporta la comparsa nell’uomo di molte patologie oggi: infertilità, tutte le donne infertili hanno un microbioma alterato in sede vaginale ed intestinale; molti uomini infertili presentano alterazioni della popolazione di Escherichia Coli nel retto, che per via linfatica transita nella prostata, causando prostatiti croniche, causa di forti e costanti oligoastenozoospermie (campioni seminali alterati nella quantità e nella motilità degli spermatozoi che vengono prodotti ed immessi nell’eiaculato). Coliti da stress con lesioni delle pareti interne del colon trasverso provocando enterorragie croniche non curabili spesso con antibiotici, che invece a loro volta provocano antibiotico resistenza e quindi permanenza della patologia perché la popolazione batterica in eccesso non viene debellata, ma piuttosto portato a riprodursi con maggiore velocità. Morbo di Crohn Alzheimer Parkinson K (carcinoma) del colon retto.
Sul microbioma umano ormai da alcuni anni si trovano specifici collegamenti tra il suo stato fisiologico o alterato e molte patologie umane, come quelle sopracitate. In tal senso la ricerca human based sta puntando i suoi riflettori in modo netto e deciso. Si inizia a parlare di trapianto di microbioma umano tra viventi. Molti studi sull’uomo sono adesso volti anche in seno alla nutrizione e al consumo errato di carne animale, bombardata letteralmente negli allevamenti intensivi da estrogeni ed antibiotici, cause di antibiotico-resistenza, alterazione di assetti endocrini sin dai primi medi di vita, spesso, motivo negli anni successivi di patologie concrete a carico del sistema neuro endocrino. Gli studi umani in questo ambito sono oggi estremamente importanti ed in fieri. A partire dal latte materno dopo il parto, a partire dagli omogeneizzati, a partire dal consumo di latti artificiali, il microbioma del bambino appena nato viene già totalmente alterato nella sua natura fisiologica, causando negli anni, come effetto “collaterale” diretto, l’alterazione del titolo fisiologico delle popolazioni menzionate, provocando la comparsa di patologie anche in età puberale, quando l’assetto neuro endocrino inizia a svilupparsi in modo definitivo, ed è già inconsapevolmente compromesso da abitudini di vita (cibo e abuso di farmaci).
Studi di ricerca human based hanno iniziato a dimostrare che l’elevato numero di tagli cesarei al momento del parto, a volte scelti per praticità organizzativa e non per motivi di “salva vita” del nascituro, alterano il microbioma del bambino che, non transitando dalla vagina della madre, viene privato dell’assunzione del giusto microbioma vaginale della madre. Tutti i metodi citati quali esempi di ricerca e applicazione clinica derivanti, su specie umana costituiscono serie sostituzioni a metodi arcaici e fallimentari quale la sperimentazione animale. Tutti i metodi elencati sono oggi assolutamente gli unici strumenti in grado di approfondire lo studio e la comprensione delle cause delle patologie della specie animale “uomo”, definendo i presupposti scientifici per il progredire degli studi ai fini di cure risolutive.
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6 Gen, 2020
Articolo a firma di Domenico Marrulli estratto dall’ultimo numero della nostra rivista “La Voce dei Senza Voce” n. 116 inverno 2019 con i contributi di: Gian Marco Prampolini, Mirta Baiamonte, Francesca Di Biase, Piero M. Bianchi, Giustina De Rosa, Giusi Terrazzino, Stefania Sbarra, Domenico Marrulli, Elvira Giancaterino, Silvia Premoli. Buona lettura.
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Domenico Marrulli
Responsabile LEAL sezione Tortona
Educatore Cinofilo riabilitativo di animali di affezione
(ha seguito il recupero di Tequila)
Tecnico BC4Z, Tecnico Puppy Class
Tequila e Brian sono due cani definiti mordaci, per cui il loro destino sembrava ormai segnato, una vita dietro le sbarre o il rischio di soppressione, insomma invisibile per sempre. Per fortuna LEAL venuta a conoscenza di queste due situazioni in periodi diversi, ha deciso di attuare un programma di recupero per questi due “pericolosi esseri”.
Ci sono voluti mesi per far sì che Tequila, che veniva da una brutta storia di percosse, riacquistasse con il nostro educatore la fiducia verso gli umani, schivo ed introverso, pronto a mostrare i denti anche verso chi inizialmente aveva cercato di instaurare un rapporto. Ma non bastava l’amore e l’attenzione dei volontari del canile, Tequila aveva bisogno di essere supportato in maniera più continuativa ed anche di regole, dopo una vita così sbandata e priva di riferimenti. Adesso Tequila è un cane dolce, amorevole, coccolone in cerca subito di una famiglia, chi lo ha visto adesso stenta a credere che possa essere lo stesso cane arrivato in rifugio dopo che LEAL lo ha portato via dalla sua triste realtà.
Brian invece sta iniziando ora il suo percorso riabilitativo, arrivato in canile ad un anno (ora ne ha cinque). Dal forte carattere dominante ma pauroso durante i quattro anni di canile ha morso due persone per difendersi. Da questi due morsi una sentenza e “l’oggetto” veniva destinato all’eutanasia per risolvere il problema di un cane scomodo. Ci domandiamo ora: ma se LEAL non fosse intervenuta per tempo questi cani che fine avrebbero fatto?
Tempo, denaro e amore verso questi animali sono fondamentali per il loro recupero, ma quanti cani vengono eliminati senza anche nessun controllo da parte delle autorità competenti? Facile come si diceva eliminare “il problema” con una iniezione. Chi verifica ciò? Chi controlla? Basta quindi una telefonata per condannare a morte “un soggetto”. Questo è un altro impegno che LEAL ha preso per dare dignità a questi animali resi difficili dall’uomo. Tequila e Brian un po’ come Sacco e Vanzetti, ma in questo caso con il lieto fine.
Brian è un cane maschio intero di 5 anni, meticcio tra labrador e molosso, taglia media. In canile dall’età di circa 1 anno e mezzo. Per essere adottabile sta facendo un bellissimo percorso con un educatore esperto. Per lui chiediamo un sostegno a distanza per affrontare le spese della pensione e della sua riabilitazione.
Tequila è un meticcio taglia medio/piccola, maschio sterilizzato, età 9 anni. Ha avuto un passato molto difficile fatto di maltrattamenti che purtroppo lo hanno segnato nell’aspetto fisico e soprattutto in quello psicologico. Dopo 5 anni di ripetute percosse è stato sequestrato al proprietario ed è finito in canile per altri 3 anni della sua vita. Attualmente è in stallo in una piccola cascina vicino Voghera dove ha imparato a controllare la sua possessività, a relazionarsi con i suoi simili, sia maschi che femmine, e a condividerne gli spazi anche ristretti di una casa. Diffidente verso gli uomini, si lega molto e più facilmente a figure femminili. Le sue esperienze passate gli hanno insegnato a rispondere con aggressività alle costrizioni e alle minacce, ciò nonostante adora ancora la compagnia e il contatto dell’essere umano. Molto bravo al guinzaglio, pronto al richiamo; l’adottante dovrà essere disponibile ad affrontare un breve percorso pre-dottivo (gratuito) affiancato ad un educatore cinofilo. No bambini piccoli! No vita da solo in giardino! No a coercizioni di alcun genere! Compatibilità con altri cani da valutare. Ora è pronto per avere una casa e per trovare il suo affetto umano per sempre.
Nelle foto: Tequila e Brian (sotto).
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